• 040365343
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

articolo tratto dalla pagina amica dda facebook, del Movimento irredentista italiano (pagina ufficiale):

17 Aprile 1967

New York. Al Madison Square Garden, davanti a 15.000 spettatori, tra cui alcune centinaia di italiani giunti per l'occasione, l'istriano Nino Benvenuti, campione olimpico a Roma 1960, sconfigge Emile Griffith, allora campione del mondo dei pesi medi, conquistando il titolo mondiale ed entrando nella leggenda.

L'Italia intera trascorse quella notte in veglia, attorno alle radio, per ascoltare e vivere quel grande incontro, quella sfida che, inevitabilmente, non rimase confinata nello sport ma entrò nei libri di storia.

La sfida fu preceduta da infuocati scambi a mezzo stampa tra giornalisti americani, convinti della vittoria di Griffith, e lo stesso Benvenuti, deciso a dimostrare il proprio valore di fronte al mondo.

Furono 15 round di fuoco. Griffith finì al tappeto alla seconda ripresa, Benvenuti alla quarta. Boxe potente e aggressiva quella dell'americano, elegante e tecnica quella dell'istriano. Griffith cedette alla distanza sull'onda della fatica causata dal suo dispendioso approccio, Benvenuti si scatenò. Il verdetto fu inequivocabile: Benvenuti campione.

Il ritorno in Patria fu un trionfo. Enormi folle acclamarono il ritorno del campione a Roma, Milano, Bologna e soprattutto a Trieste, dove Benvenuti aveva trocato riparo con la famiglia dopo l'esodo dalla amata Isola d'Istria.

Quella notte Benvenuti aveva portato l'Italia sul tetto del mondo sportivo ma, anche, l'Istria e la sua dolorosa storia.

 

Gentile Famiglia de FERRA

 

La Lega Nazionale inchina il suo gonfalone sociale per porgere l’ultimo riverente saluto al prof. Claudio de Ferra, fedele socio fin dalla fondazione del Sodalizio nel 1946, già dirigente in anni difficili per la storia della Lega e della stessa Trieste, nobile figura di Italiano ed insigne docente della nostra Università.

A nome dell’Assemblea Generale dei Delegati, del Consiglio Direttivo Centrale e mio personale giungano ai familiari tutti le nostre più sentire condoglianze.

Con deferenti ossequi.

Avv. Paolo Sardos Albertini

Presidente della Lega Nazionale

tratto da un articolo de Il Giornale, a cura di Fausto Biloslavo:

 

 

Un cranio spunta dal fango accanto ad un altro teschio. Il primo ha un foro di proiettile, che fa capire subito l'orrore dell'esecuzione.

 

Altre fotografie, mai pubblicate prima, mostrano le ossa sparse nella fossa comune lunga 32 metri. Le immagini sono state scattate nel 2002 dal generale Pasquale Maldera, che era addetto militare all'ambasciata italiana di Lubiana. La tomba nel fango rimasta nascosta per quasi 60 anni conteneva i resti di 57 italiani e 15 tedeschi. In gran parte soldati, che si sono arresi ai partigiani di Tito e sono stati trucidati a guerra finita, come il sottotenente dei bersaglieri Giovannino Mastinu ed un altro ufficiale dello stesso reparto, Carmelo Principato. Non si può escludere che ci fosse anche qualche civile deportato da Gorizia e rinchiuso nella vicina Aidussina.

La fossa comune è stata scoperta in un campo arato di Ustje a soli 25 chilometri dal capoluogo isontino, dove il IX corpus di Tito ha portato via e fatto sparire per sempre oltre 600 italiani compresi membri del Comitato di liberazione nazionale poco inclini ad assoggettarsi a Tito.

«Come italiano mi sono vergognato di conoscere poco la tragica pagina di storia delle foibe e l'esodo - spiega al Giornale l'ex generale Maldera - Per questo la riesumazione dei corpi ad Ustje mi ha segnato. Ed oggi penso che sia giusto pubblicare queste foto per non dimenticare». In alcuni scatti si vedono i bossoli delle pistole, che hanno sparato alla nuca dei prigionieri. E dal fango sono spuntati i resti del filo dei telefoni da campo utilizzati per legare i polsi delle vittime dietro la schiena.

La fossa era profonda meno di due metri, larga il doppio e gli scheletri allineati, gli uni sugli altri. Nel 2002 il governo sloveno con grande spirito di collaborazione in vista dell'ingresso nell'Unione europea ha riesumato quello che restava dei corpi collaborando con Onor caduti del ministero della Difesa italiano. Le ossa degli italiani sono state traslate nel sacrario di Cargnacco in Friuli-Venezia Giulia.

Ufficialmente nessuno è stato identificato, ma Giancarlo Mastinu è certo che una delle vittime dell'esecuzione fosse suo zio Giovannino, sardo doc ed ufficiale dei bersaglieri. Nel 2014 il nipote ha ricevuto al Quirinale con il presidente Giorgio Napolitano la medaglia del 10 febbraio, giorno del ricordo delle foibe e dell'esodo per il sottotenente Giovannino Mastinu. Nel 1943 si consegnò ai tedeschi per timore di rappresaglie sui familiari «accettando di combattere, ma solo sul fronte nord orientale dove operavano le forze di Tito e non contro i partigiani italiani» sottolinea il nipote. «Grazie alle testimonianze dei reduci sopravvissuti sono riuscito a ricostruire la triste fine di mio zio» spiega Mastinu a il Giornale. La «colpa» dell'ufficiale italiano era di servire nel battaglione dei bersaglieri Mussolini dell'8º reggimento. Il primo battaglione composto da 600 uomini alla fine della guerra difendeva la linea dell'Isonzo. Il suo reparto voleva raggiungere la brigata partigiana Osoppo, anti titina e consegnarsi agli alleati. I partigiani sloveni del IX Corpus ed italiani che avevano aderito alla causa di Tito circondarono i bersaglieri convincendoli ad arrendersi. «La guerra è finita, inutile spargere altro sangue - dicevano - Vi garantiamo l'onore delle armi e chi non è ufficiale può tornare a casa». Promesse mai mantenute. Una volta deposte le armi iniziò il calvario della marcia della morte verso il lager sloveno di Borovnica. Alla colonna si unirono centinaia di altri prigionieri e pure civili italiani rastrellati dai titini. Chi non ce la faceva veniva ucciso sul posto. «Mio zio con il sottotenente Principato ed altri bersaglieri tentarono la fuga- spiega Mastinu - Li misero a morte assieme ad altri deportati nella fossa comune di Ustje». L'esecuzione avvenne il 20 maggio, un mese dopo la fine della guerra in Italia. Fra i «giustiziati», secondo i ricordi dei sopravvissuti, ci sarebbero anche il caporal maggiore Giorgio Gamberale ed i bersaglieri Vittorio e Alfredo Galli. Gli altri italiani potrebbero essere sia militari che civili.

Non fu l'unico crimine di guerra nei campi ad 800 metri dall'autostrada da Gorizia a Lubiana. Gli anziani del posto raccontano ancora che fra il maggio e giungo 1945, di notte sentivano i colpi secchi di pistola alla nuca. Almeno un centinaio di prigionieri dei titini venne sepolto in zona, ma altre fonti parlano di 400 esecuzioni.

 

 

 

 

 

articolo tratto dal quotidiano Il Piccolo di Trieste:

 

 

È morto ieri - 4 aprile - nella sua casa di Porto Venere (La Spezia) all'età di 89 anni Arrigo Petacco. Giornalista, saggista, storico e sceneggiatore italiano è stato tra l'altro direttore del quotidiano La Nazione di Firenze e del mensile Storia Illustrata. Il suo ultimo lavoro “Caporetto”, scritto insieme all'ex giornalista de L'Unità Marco Ferrari, è uscito solo pochi mesi fa. Lascia le figlie Carlotta, consulente editoriale e Monica, caporedattore del Tg2.



Appassionato, quasi ossessionato dalla storia, sempre pronto a sfogliare le pagine del tempo e degli avvenimenti senza seguire le correnti dominanti, Arrigo Petacco è stato uno quei giornalisti-storici che sempre cercano nelle pieghe dei fatti e nelle scomode testimonianze una via verso un’oggettività che non rinunci al gusto della narrazione. Nato nel 1929 a Castelnuovo Magra, nella provincia della Spezia, Petacco iniziò la sua carriera giornalistica nella redazione de “Il Lavoro” di Genova diretto allora da Sandro Pertini. Prolifico scrittore, ha sceneggiato vari film e realizzato numerosi programmi televisivi, in particolare con la Rai. Nella sua attività giornalistica ha intervistato alcuni tra i protagonisti della seconda guerra mondiale. Nel 1983 vinse il Premio Saint Vincent per il giornalismo grazie alle sue inchieste televisive e nel 2006 ottenne il Premio Capo d'Orlando, sempre per il giornalismo. Nel biennio 1986-87, succedendo a Tino Neirotti, ha diretto il quotidiano fiorentino La Nazione e la rivista Storia illustrata.

Curioso e infaticabile segugio delle storie, dal suo romanzo biografico dedicato all'ufficiale della polizia americana Joe Petrosino, che combatté contro la mafia e venne ucciso, fu tratto nel 1972 il seguitissimo sceneggiato televisivo intitolato appunto “Joe Petrosino”. E sempre da un suo libro, dal romanzo “Il prefetto di ferro”, nel 1977 Pasquale Squitieri girò l’omonimo film, diventato ormai un classico.

Quasi sterminata la sua bibliografia, con una settantina di titoli fra romanzi e saggi, più una ventina di programmi televisivi e documentari. Dal primo romanzo “La morte cammina con la sposa” pubblicato con lo pseudonimo di Harry Arpet, fino all’ultimo saggio, “Caporetto. 24 ottobre-12 novembre 1917: storia della più grande disfatta dell'esercito italiano” (Mondadori) scritto a quattro mani con Marco Ferrari, Petacco non si è risparmiato nelle incursioni nella storia, specie nel periodo della seconda guerra mondiale.

A Trieste e in regione ha lasciato il segno con il libro “L'esodo.

 

La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia” (Mondadori), che nel 1999 fu tra i primi ad ampia divulgazione a portare la memoria dell’esodo e delle foibe in tutta Italia, suscitando vasto interesse e non poche polemiche.

 

 

Libri, DVD e gadget

Se volete avere libri, DVD e gadget della Lega Nazionale

cliccate QUI 

Ultima novità:

Per un grande amore 

I Giovani della Lega nazionale

 

 

Vuoi partecipare alle nostre attività? Vuoi collaborare con la Lega nazionale? Ha i voglia di portarci le tue idee, di mettere a frutto le tue capacità?

 

carto3pic

 

Il gruppo Giovani (18 ai 35 anni) si incontra

presso la sede di Via Donota 2

scrivici o chiamaci!