BLEIBURG E VIKTRING. Il perché di una tragedia

La guerra, il secondo conflitto mondiale, era ormai conclusa. 
Siamo nella primavera del ’45, le truppe di Tito avevano ormai riportato la vittoria e stavano prendendo possesso dei territori conquistati. 
I vinti, i Tedeschi ed i loro alleati, stavano cercando di consegnarsi agli Anglo-Americani, anzichè agli uomini di Tito. 

Era loro ben chiaro che questi ultimi non avrebbero certamente rispettato le leggi di guerra, nel trattamento dei prigionieri. 
Questo è lo scenario nel quale si colloca il lavoro di Andrea Legovini. 
Uno scenario che evoca una questione di fondo, quello della natura dello scontro che aveva insanguinato i Balcani, dal 1941 al 1945. 
Ufficialmente si era trattato di una «Guerra di Liberazione», finalizzata cioè a cacciare lo straniero dal territorio nazionale. Raggiunto l’obbiettivo – la cacciata dello straniero – la guerra doveva ritenersi conclusa. 
La realtà era peraltro diversa. Era stato Stalin, nei suoi colloqui con Gilas a chiarirlo: Tito ed i suoi uomini stavano conducendo una «guerra rivoluzionaria» il cui fine unico era il realizzare quella rivoluzione comunista che avrebbe dovuto qualifica la nuova Jugoslavia. 
La «guerra rivoluzionaria» ha dunque come finalità non la conquista territoriale, ma il realizzarsi di quel «terrore rivoluzionario» che – come lo aveva insegnato già Lenin – costituisce un ingrediente indispensabile per poter edificare e poi far durare il nuovo regime, quello frutto della rivoluzione comunista. 
Terrore rivoluzionario significa perseguire una categoria ben precisa, anche se molto vaga e generica, quella cioè dei «nemici del popolo», tutti coloro che, per un verso o per l’altro, possono apparire non funzionali al nuovo regime. 
La ricerca di Andrea Legovini ci racconta – con tutti i dati, con tutta la documentazione raccolta dello storico di razza – come migliaia e migliaia di Sloveni e di Croati sono stati massacrati dagli uomini con la stella rossa, proprio in questa logica di eliminare i «nemici del popolo». 
Erano anche persone che avevano combattuto, ma orma erano dei vinti che avevano lasciato la guerra. Ma con loro c’erano anche tanti civili, c’erano donne e c’erano bambini. 

Tutti marchiati come «nemici del popolo» e quindi meritevoli di essere massacrati in nome della giustizia rivoluzionaria. 
Alla violenza del sangue ha fatto però seguito, per tantissimi decenni, anche quella ulteriore: il peso dell’oblio. 
Erano dei morti di cui era vietato parlare, le cui tombe erano per lo più sconosciute e sulle quali era comunque severamente vietato anche collocare un fiore. 
Andrea Legovini, con questo suo lavoro attento, preciso, documentatissimo, solleva un velo su questa tragedia che si voleva rimanesse ignorata e cancellata per sempre. 
Il presente lavoro è dunque un doveroso atto di pietà per questi poveri «martiri», ma anche un omaggio alla verità, a documentazione di cosa abbiano significato le tragiche ideologie dello scorso secolo. 
La Lega Nazionale è orgogliosa di aver supportato questa ricerca e di dare così un contributo – grazie al lavoro preciso, documentato, esaustivo di Legovini -allo smantellamento di quel muro di oblio e di negazionismo che aveva preteso far scomparire, dalla Storia, queste centinaia di migliaia di povere vittime. 
Anche a nome loro, anche a nome dei loro famigliari: «Grazie Andrea Legovini». 

Paolo Sardos Albertini – Presidente Lega Nazionale