Tra le pagine più drammatiche delle vicende legate alle foibe e all’esodo giuliano-dalmata, emergono storie che testimoniano come la violenza non abbia risparmiato nemmeno i più giovani. Tra queste, quella di Alice Abbà, tredicenne originaria di Rovigno, rappresenta uno dei casi più toccanti e simbolici.
Secondo la testimonianza della nipote, che porta il suo stesso nome, la giovane venne arrestata insieme alla madre Giuseppina Micoli, moglie di Giorgio Abbà, vigile urbano infoibato intorno al 16 settembre 1943 a Vines (oggi Vinež, in Croazia). La loro colpa sarebbe stata quella di aver denunciato i responsabili dell’uccisione del padre, un gesto che comportò per entrambe l’accusa di essere considerate “fasciste”.
La vicenda di Alice Abbà si conclude tragicamente il 12 febbraio 1945, quando la ragazza, dopo essere stata sottoposta a violenze e maltrattamenti, venne uccisa e infoibata, presumibilmente nella foiba di Moncodogno. Una storia che si inserisce nel più ampio quadro delle violenze che colpirono la popolazione civile in quelle terre di confine durante e dopo il secondo conflitto mondiale.
Il ricordo di queste vicende, soprattutto quando coinvolgono vittime così giovani, assume un valore fondamentale nel percorso di conservazione della memoria storica, affinché simili tragedie non vengano dimenticate e possano essere comprese nella loro complessità.
