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Riportiamo l'articolo di Cristiano Gatti, apparso su "Il Giornale" venerdì 27 settembre.

 

Prosegue con furore asburgico la germanizzazione delle più belle vallate italiane. Nell'indifferenza dell'Italia, ovviamente. Siamo praticamente alla spallata finale: dopo avere di fatto distrutto la scuola in lingua italiana, dopo avere sostanzialmente estromesso l'etnia italica da benefici e privilegi sociali, arriviamo al provvedimento più cattivo e più simbolico di tutti, l'abolizione del tricolore.

Nelle ultime ore, il consiglio provinciale di Bolzano, cioè dell'Alto Adige, cioè del Sud Tirolo (come pretendono orgogliosamente di chiamarlo in zona) ha stabilito che i rifugi delle più incantevoli montagne italiane (senza niente togliere alle altre, ma è così) non potranno più chiamarsi con nome italiano (e sin qui siamo nella bieca normalità), ma neppure issare la bandiera italiana (e qui entriamo nella vergogna assoluta).


TLT nel 2013? Lunare....

Come correttamente riportato nell'edizione domenicale del Piccolo, trovandomi a Roma a dibattere della ricostruzione di una destra politica per l'Italia, non ho potuto prendere parte alla manifestazione promossa da "Trieste pro Patria"  ma tengo a ribadirvi la mia adesione ideale.

Credo sia giusto risvegliare l'anima nazionale di Trieste e farla uscire dall'apatia, non solo nel solco della rivendicazione orgogliosa della storia sofferta che ha consacrato questa città all'Italia, ma anche di quanto l'Italia abbia  dato e continui a dare a Trieste in termini di economia, collegamenti, strutture, servizi sociali, sanità, cultura...

E' lunare che nell'anno del Signore 2013 si possa con 70 anni di ritardo, vagheggiare di riesumare una creazione abortita allora (il cosiddetto TLT) e va smascherato il grande bluff di chi, profittando della crisi e del sentimento di stanchezza della gente, cavalca suggestioni miracolistiche prive di qualunque concretezza, fuori dal tempo e dalla storia, illusioni isolazionistiche e  indipendentiste in salsa dialettale che farebbero sorridere nell'Europa del terzo millennio, se non nascondessero - come dimostrano "illustri" presenze in quelle file - un mix tra agitatori in servizio permanente effettivo, sentimenti antinazionali, guastatori senza patria.

Roberto Menia

riportiamo l'articolo apparso su "Il Piccolo" del 17 settembre, a firma di Mauro Manzin

 

"Tra Italia e Slovenia (tre incontri in due mesi tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e la premier Alenka Bratušek a Roma, a Bled e a Venezia) si parla di tutto. Un solo tema resta tabù: la sorte delle opere d’arte e degli archivi che durante il fascismo sono stati trafugati dalle chiese e dalle loro originarie ubicazioni in Istria. Il problema è stato sollevato al Parlamento di Lubiana dal deputato socialdemocratico Samo Bevk con un’interrogazione.


Riportiamo l'articolo di Marco Bagozzi e Lorenzo Salimbeni apparso su eurasia-rivista.org il 12 settembre e su destra.it

Uno spettro si aggira per le strade di Trieste ed ha avuto anche l’attenzione di qualche testa nazionale che non sapeva come riempire le proprie pagine durante il periodo estivo: il TLT!

Tale acrostico indica il cosiddetto Territorio Libero di Trieste, previsto dal Trattato di Pace che l’Italia firmò il 10 febbraio 1947 a Parigi e che sancì cospicue perdite territoriali: le colonie, i valichi confinari con la Francia di Briga e Tenda, ma soprattutto al proprio confine orientale la neonata Repubblica italiana vide svanire quasi del tutto le conquiste maturate al termine della Grande Guerra. Dopo le tragiche vicende che coinvolsero anche i civili durante il conflitto e nell’immediato dopoguerra, Fiume, la Dalmazia e gran parte dell’Istria risultavano assegnate alla rinata Jugoslavia, ma restava ancora in sospeso una questione: il futuro di Trieste. Per l’Italia, era il simbolo della fase finale del Risorgimento, la città che, assieme alla “gemella” Trento, doveva essere annessa a tutti i costi per completare il percorso di unificazione nazionale. D’altro canto il capoluogo giuliano costituiva anche la struttura portuale maggiormente sviluppata del litorale adriatico orientale, la sua comunità slava autoctona si era ampliata nella fase finale dell’Impero austro-ungarico e quindi la Jugoslavia di Tito faceva pressioni su Stalin affinché l’URSS in sede diplomatica sostenesse anche questa rivendicazione territoriale che nella primavera 1945 si era fugacemente già concretizzata. Il 10 giugno 1945 un accordo fra angloamericani e jugoslavi aveva però posto fine all’occupazione jugoslava della città, durata quaranta giorni. In attesa delle decisioni della Conferenza di Pace, la Venezia Giulia venne spartita lungo la cosiddetta Linea Morgan (dal nome dell’ufficiale britannico che la propose) in una Zona A sotto Amministrazione Militare anglo-americana, comprendente Trieste, Gorizia e l’enclave di Pola ed in una Zona B sotto Amministrazione Militare jugoslava, comprendente l’entroterra triestino e goriziano e tutta l’Istria, laddove l’assegnazione di Fiume e di Zara alla nuova compagine statale jugoslava era già fuori discussione.


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