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Eccidio di Castua, erano esatte le indicazioni fornite dai testimoni

CASTUA | Il 6 luglio scorso, a soli due-tre metri di profondità nel bosco di Loza, nei dintorni di Castua, sono stati riesumati nove corpi, si presume dei caduti italiani, che il 4 maggio 1945 furono uccisi dall’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Il gruppo di militari e civili venne gettato in una fossa comune, senza che le vittime fossero state sottoposte in precedenza ad alcun tipo di processo. La recente riesumazione è il risultato di una campagna di ricerca e recupero compiuta grazie alla collaborazione istituzionale tra il Ministero della Difesa italiano e il Dicastero dei Difensori croato.

Fondamentali in tale ambito sono state le indicazioni del parroco della Chiesa di Sant’Elena di Castua, don Franjo Jurčević – fornite oltre trent’anni fa alla Società di Studi Fiumana di Roma –, che hanno reso possibile l’individuazione del sito della fossa comune.
Pertanto abbiamo voluto incontrare il parroco castuano per ricostruire i fatti che hanno portato alla riesumazione delle vittime della fossa.

 

Le confidenze di tre fedeli

“Arrivai alla chiesa di Castua nel 1969 – esordisce don Franjo Jurčević –. Fu il parroco precedente a dirmi che nel bosco della Loza era stato fucilato un gruppo di italiani, sia militari che civili e che i corpi erano stati poi sepolti in una fossa comune a circa un chilometro dalle rovine della chiesa medievale Crekvina. Raccolsi identiche informazioni anche da altri tre fedeli, i quali – tutti ignari della versione fornita dagli altri –, mi descrissero i fatti accaduti quel tragico 4 maggio del 1945. All’epoca era ancora pericoloso chiedere informazioni sull’eccidio, ma riuscii comunque, grazie alle indicazioni dei testimoni, a individuare il luogo esatto della fossa comune in cui furono gettati i corpi dei nove italiani, tra cui si presume quello del senatore e podestà fiumano Riccardo Gigante”.

Cosa le raccontarono ancora i testimoni?

“Secondo una prima versione che mi è stata trasmessa, il gruppo d’italiani sarebbe stato fucilato dopo essere stato schierato lungo il muro della chiesa Crekvina, dopo di che i corpi sarebbero stati trasportati fino alla fossa nel bosco di Loza, che dista meno di un chilometro, e lì sotterrati. Stando alla testimonianza raccolta, i corpi sarebbero stati legati con le mani dietro alla schiena, – era stato utilizzato del filo telefonico – e quindi, supini, ammassati uno sopra l’altro nella fossa. Del resto così sono stati ritrovati durante l’esumazione. Seconda un’altra versione, il gruppo sarebbe stato, invece, costretto a procedere, subendo maltrattamenti, dalle rovine della chiesa fino all’orlo della buca, dove poi i partigiani avrebbero ucciso e sotterrato i prigionieri. A sostegno di questa seconda versione c’è il fatto che nella cavità sono stati ritrovati i bossoli dei proiettili. Non so quale delle due versioni sia la più attendibile”.

E poi cosa accadde?

“Per molto tempo non accadde nulla. Nonostante nessuno avesse mai parlato pubblicamente di questa vicenda, i fatti legati all’eccidio finirono per essere di dominio pubblico tra la gente. Dopo alcuni anni venne a farmi visita il presidente della Società di Studi Fiumani di Roma, Amleto Ballarini, chiedendomi cosa sapessi della vicenda. Compresi subito che aveva a cuore la sorte di quelle vittime. Gli raccontai tutto, a iniziare dal presunto sito dove avrebbe avuto luogo l’eccidio, poi rivelatosi esatto. Gli parlai delle ossa e delle carcasse di animali che sarebbero state poste subito sotto la superficie del terreno al fine di depistare eventuali indagini e inquinare le prove del massacro, come del resto abbiamo avuto modo di appurare con la recente esumazione. Da allora, dalla prima visita di Ballarini fino a oggi, abbiamo scelto di celebrare tutti gli anni, il 4 maggio alle ore 18, una santa messa in suffragio delle vittime della strage nella chiesa di Castua. La scelta mi ha creato non pochi problemi e ha suscitato diverse polemiche, ma ancor oggi sostengo che ogni vittima vada onorata, si tratti di fascisti o no”.

Si trattò di una rappresaglia?

Si è fatto mai un’idea del perché il gruppo d’italiani sia stato portato proprio a Castua e fucilato?

“Sì. Nel giugno del 1942, non molto lontano da Castua, nella località chiamata Banov Križ, un plotone di militari italiani fucilò dodici castuani. Successivamente con la presa jugoslava di Fiume, nell’ambito dei comandi partigiani c’era molto probabilmente qualcuno connesso in qualche modo a quel fatto, il quale decise di vendicarsi organizzando una rappresaglia contro persone estranee a quell’evento, nonostante l’Italia avesse firmato la capitolazione nel settembre del 1943. Va detto anche che a Castua, subito dopo la fine della guerra, accaddero altre feroci esecuzioni. Un comandante partigiano uccise pubblicamente i soldati tedeschi che si erano arresi alle nuove autorità. Con molta probabilità avrebbe continuato a seminare morte, se non fosse arrivato dal comando fiumano l’ordine preciso di sospendere le esecuzioni”.

Lei ha partecipato alla recente esumazione dei caduti italiani?

“Ho avuto modo di assistere agli scavi. È stato per me un momento di forte compassione per quelle povere persone. Nel corso della riesumazione sono emersi, assieme alle ossa, anche una serie di oggetti personali, tra cui un orologio, una protesi con denti d’oro, due pettini e un gemello da polso. Personalmente ritengo che l’orologio appartenesse a Riccardo Gigante, perché soltanto una persona illustre come il podestà della città poteva permettersi di possederlo all’epoca. Ho avuto modo di esaminarlo e ho natato che la parte posteriore, dove di solito ci sono delle scritte e delle dediche, è completamente corrosa. Forse con specifiche analisi si potrà risalire all’eventuale scritta e collegarla in qualche a una delle vittime del gruppo”.

Altre foibe nella regione

Il bosco di Loza cela altri eccidi?

“Spero di no. Però sul nostro territorio non c’è fossa né foiba in cui non siano stati gettati resti di persone. Chi sia stato l’esecutore, italiani o partigiani, non lo so. Un sito che richiederebbe maggiori approfondimenti è la foiba Bezdan, che si trova a Kostrena, alla periferia orientale di Fiume, nella quale si ipotizza sarebbero stati fatti sparire diverse decine di italiani e croati. Lì, assieme ad altri amici e colleghi, siamo riusciti a collocare una croce per i defunti”.

La chiesa di Castua pianifica di porre una croce sopra la fossa di Loza?

“Sarebbe una doverosa scelta civile e di cristiana pietà. Per farlo occorre però l’autorizzazione del Ministero della Difesa croato e di quello italiano. La mia parrocchia è sempre pronta a porgere il proprio sostegno e a organizzare il collocamento della croce”.

 

(Articolo di Gianfranco Miksa dall’edizione del 21Luglio 2018 de “La Voce del popolo”, quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero)

Articolo originale

Si è riunito sabato 30 giugno 2018, a Mestre, il Consiglio della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati. Alla presenza dei rappresentati delle cinque sigle federate (Associazione delle Comunità Istriane, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Associazione Dalmati Italiani nel Mondo – Libero Comune di Zara in Esilio, l’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo – Libero Comune di Fiume in Esilio, Associazione Italiani di Pola e Istria – Libero Comune di Pola in Esilio), il Presidente, dr. Antonio Ballarin, ha tenuto la relazione su quanto svolto da FederEsuli in questi anni.

FederEsuli ha intensamente collaborato con le Istituzioni, svolgendo un’opera sviluppata con coralità dalle diverse associazioni e che ha visto il raggiungimento di importanti risultati quali:

  •   la riapertura del Tavolo di coordinamento con il Governo;
  •   il rifinanziamento della legge 72/2001 per il triennio 2015-2018;
  •   la risistemazione della legge 72/2001 in un quadro che ne faciliterà, sin da oggi e nei prossimi anni, la sua applicazione attraverso lo snellimento delle procedure burocratiche;
  •   la riapertura del dialogo con il Governo circa il giusto ed equo indennizzo per i beni abbandonati;
  •   l’ottenimento dell’intervento governativo a favore delle onoranze ai caduti ed ai sacrari di guerra;
  •   la proroga della legge sulle domande per l’assegnazione delle onorificenze alle famiglie degli infoibati;
  •   la valorizzazione del Gruppo di lavoro presso il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per la diffusione della conoscenza sul Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 47, i suoi antefatti e le conseguenze;
  •   la penetrazione nei mezzi di comunicazione di massa della storia delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata che ha raggiunto livelli via via incrementali e mai visti primi nella storia del popolo della diaspora adriatica.

 

Al termine della relazione il Consiglio ha rieletto all’unanimità Antonio Ballarin alla presidenza della Federazione approvando, allo stesso tempo, la modifica dello Statuto per l’inclusione della Presidenza Onoraria quale figura apicale della Federazione.

Il consiglio ha poi approvato per acclamazione Guido Brazzoduro (rappresentante dell’associazionismo fiumano) quale Presidente Onorario di FederEsuli.

Nell’incontro del Comitato esecutivo convocato immediatamente dal Presidente Ballarin, sono stati, quindi, eletti all’unanimità quali Vicepresidenti di FederEsuli Davide Rossi, consigliere dell’Anvgd, con funzioni di vicario e David Di Paoli Paulovich delle Comunità Istriane.

Il Presidente ed i suoi due Vice rappresentano la seconda generazione dell’Esodo, dimostrando come il testimone delle sofferenze patite dagli esuli nell’immediato dopoguerra non sia caduto nel vuoto e venga, invece, portato avanti con convinzione. L’impegno per la risoluzione delle problematiche ancora aperte nel Tavolo Esuli-Governo e la progettualità atta a rendere ancor più patrimonio della collettività nazionale la complessa vicenda dell’italianità adriatica saranno i due punti cardinali che orienteranno l’operato delle rinnovate cariche.

 

(Ufficio stampa della Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati)

 

 

 

Durante la trasmissione "Tuttoggi - I edizione" di TV Capodistria è stato trasmesso un servizio sulla conferenza stampa della Lega Nazionale di Trieste tenuta il 26 giugno per presentare i due progetti di ricerca storica, “Il principio della «priorità delle origini» nell’ideologia irredentistica” della dott.ssa Pamela Tedesco (Trieste) e "Censimento del patrimonio archivistico delle famiglie venete” della dott.ssa Valentina Petaros Jeromela (Capodistria).

All’incontro, che ha avuto luogo presso la Comunità degli Italiani di Capodistria Santorio Santorio, sono intervenuti, oltre alle due ricercatrici, il Presidente della Lega Nazionale avv. Paolo Sardos Albertini e il dott. Diego Redivo.

 

 Video della conferenza

 

 

A proposito dei due progetti, la redazione di Trieste Cafe ha scritto un accurato articolo che ne approfondisce i contenuti:

 

RICERCHE SUI PROFUGHI ISTRIANI FIUMANI DALMATI, BORSE DI STUDIO A DUE STORICHE DALLA LEGA NAZIONALE

 

Link articolo originale

 

LEGA NAZIONALE – TRIESTE CONFERENZA STAMPA – 26 GIUGNO ORE 11.00 presso la Comunità degli Italiani di CAPODISTRIA SANTORIO SANTORIO

Nell’ambito del finanziamento annuale ad attività di rilevanza regionale delle associazioni dei profughi istriani fiumani dalmati aventi sede nel territorio regionale, la Lega Nazionale ha messo a preventivo il finanziamento di questi due lavori di ricerca storica.
(Legge regionale 11/8/2014, n. 16, art. 27, commi 1, lettera a), 2, lettera a), e 3).)

Grazie all’interessamento del Presidente della Lega Nazionale, avv. Paolo Sardos Albertini, le due studiose approfondiranno temi specifici che richiedono maggior attenzione poiché si tratta di approcciare temi storici poco conosciuti o studiati in modo approssimativo. Le due ricercatrici si presentano dando qualche anticipazione sui rispettivi studi:

Dott.ssa Pamela Tedesco:

Dopo la laurea in storia dell’antichità, ha svolto diversi lavori ma il suo avvicinamento alla storia moderna e contemporanea di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia è avvenuto durante l’esperienza alla Scuola elementare “Pier Paolo Vergerio il Vecchio” di Capodistria, per la quale ha lavorato un anno come insegnante d’italiano.

Il suo progetto s’intitola “Il principio della «priorità delle origini» nell’ideologia irredentistica”. Gli storiografi e i letterati dell’irredentismo, nell’esprimere la loro opinione sulla questione del confine orientale, avanzavano argomentazioni storiche, ritenendo che l’Italia avesse dei diritti storici sulla Venezia Giulia ed, eventualmente, sulla Dalmazia. In virtù di un presunto «diritto del primo occupante» gli irredenti rivendicavano per la loro patria la «priorità delle origini» nella sovranità sulla Venezia Giulia e sulla Dalmazia, portando a loro sostegno talvolta la presenza latina, talaltra quella veneziana nella regione in questione. Alcuni irredenti istriani (come Madonizza, Combi, Luciani, de Vergottini, de Franceschi) e altri triestini (come i “favillatori”, tra cui Orlandini) offrono interessanti spunti d’indagine. Si tratta, infatti, di figure ancora poco studiate, che potrebbero essere indagate approfonditamente al fine di ricostruire le loro argomentazioni storiche a sostegno dell’italianità della Venezia Giulia. In particolare, con tale ricerca storica, si intende analizzare o tornare a riesaminare gli scritti degli intellettuali citati, con il duplice obiettivo di collocarli meglio nella storia dell’irredentismo e di ricostruire il loro pensiero riguardo all’italianità delle terre natie.

 

dott.ssa Valentina Petaros Jeromela:

Studiosa, capodistriana di nascita, da moltissimi anni si divide tra la passione delle ricerche d’archivio e gli studi su Dante Alighieri. Dopo aver collaborato con molte associazioni culturali che l’hanno portata a inventariare più di 5.000 metri lineari di materiale archivistico, perlopiù del periodo veneziano custodito negli archivi dalmati, ha potuto raccogliere moltissimi dati circa le famiglie che nei vari secoli abitarono queste regioni. Da qui nasce questo progetto, prontamente raccolto dalla Lega Nazionale e dal suo presidente Paolo Sardos Albertini.

Il progetto s’intitola “Censimento del patrimonio archivistico delle famiglie venete”. Nel corso dei lunghi anni di permanenza e di vita, queste illustri famiglie patrizie venete hanno lasciato molto di sè, non solo case e artefatti di varia natura. Gli archivi Statali, ma non solo, poiché le vicissitudini storiche hanno portato la documentazione a migrare in varie strutture, conservano testimonianze di tale presenza storica.

Il progetto propone un censimento dei fondi delle famiglie venete nei vari luoghi di conservazione. Da una stima sommaria possiamo valutare un numero approssimativo di 54 fondi di famiglie, ma il numero è sicuramente più alto essendo materiale in lingua italiana ed è poco studiato dunque non esistono inventari o altri elementi di corredo per segnalarne la presenza. Con questo progetto si vuole censirne un numero il più preciso possibile con la raccolta delle storie di queste famiglie che, molto spesso, si sono estinte e dunque le loro vicissitudini sono rimaste sconosciute.

 

 

 

 

 

 

Sottoscritta una nuova convenzione fra Comune di Trieste e Lega Nazionale di Trieste. Da giovedi 28 giugno in vigore il nuovo orario

 
Il Civico Museo del Risorgimento, con l'attiguo Sacrario di Guglielmo Oberdan, rinascono a nuova vitafinalmente aperti e visitabili per un congruo numero di ore e di giornate (finora vi si poteva accedere solo il martedì mattina e previa prenotazione telefonica!), con degli storici a disposizione per lo svolgimento di visite guidate, e in un'ottica di specifica attenzione verso le giovani generazioni e il turismo scolastico, con l'ambizioso obiettivo di contribuire a una decisa ripresa del valore dell'insegnamento della storia (in primis la “storia patria” ovvero quella delle proprie terre) la cui conoscenza è sempre più spesso, purtroppo, davvero molto carente.
Tutti aspetti questi che, tra l'altro, concorreranno in misura decisiva non solo a reinserire con piena dignità il Museo del Risorgimento nel circuito degli altri Musei cittadini ma anche a introdurlo a tutti gli effetti (anche di supporti economici e di contribuzioni) nel Sistema Museale Nazionale e nel corrispettivo Sistema Regionale i quali richiedono, per esservi ammessi, la sussistenza di alcuni standard qualitativi e requisiti minimi di operatività e pubblica fruibilità.
Questi i tratti essenziali della nuova convenzione sottoscritta fra Comune di Trieste e Lega Nazionale di Trieste, a seguito della recente correlata deliberazione approvata dalla Giunta Municipale, relatore l'Assessore alla Cultura Giorgio Rossi e avente come oggetto appunto la promozione del Museo del Risorgimento e del Sacrario di Guglielmo Oberdan, quali siti significativi della storia cittadina e nazionale.

Siti da rilanciare anche mediante il loro inserimento in un itinerario integrato di visite e percorsi didattici inerenti i luoghi e gli eventi storici più recenti, fino a quelli del secondo dopoguerra; luoghi che – dalla Foiba di Basovizza, al Campo Profughi di Padriciano, al Magazzino 18, al Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana Dalmata e alla Risiera di San Sabba – fanno già costantemente registrare numeri molto elevati di visitatori, anche di età scolastica, e rispetto ai quali le precedenti vicende risorgimentali, della Trieste italiana, mazziniana e liberale sotto il dominio austriaco, del sacrificio di Oberdan, dell'Irredentismo e poi del volontarismo nella Prima guerra mondiale possono legittimamente costituire un antefatto e funzionalmente correlarsi.

Tanto più che proprio uno tra i principali di questi siti, il Sacrario della Foiba di Basovizza con l'annesso Centro di documentazione, è già gestito con successo, fin dal 2006, proprio dalla Lega Nazionale in convenzione con il Comune (che ne è il titolare), con efficacia di risultati e con il conseguente accesso di circa ben 100.000 visitatori all'anno, dei quali il 60% è costituito da studenti.
Sulla base delle suddette premesse, i contenuti e gli obiettivi più immediati della nuova “convenzione per la gestione in forma coordinata e integrata dello spazio espositivo permanente e delle attività del Museo del Risorgimento e Sacrario Guglielmo Oberdan” sono stati illustrati nella sede del Museo, in via XXIV Maggio 4 (piazza Oberdan), nel corso di una conferenza stampa cui sono intervenuti lo stesso Assessore Giorgio Rossi con la collega di Giunta delegata all'Educazione Angela Brandi, la direttrice del Servizio Musei e Biblioteche del Comune Laura Carlini Fanfogna con il responsabile dei Musei storici e artistici Stefano Bianchi e la coordinatrice del de Henriquez, Risorgimento e Archivio di Storia Patria Antonella Cosenzi, e per la Lega Nazionale il presidente Paolo Sardos Albertini, il professor Adriano De Vecchi e i due giovani storici Andrea Vezzà e Diego Redivo incaricati della nuova concreta gestione del Museo, compresa l'apertura della struttura, l'accoglimento dei visitatori, le visite guidate.
E proprio a proposito dell'apertura, principale “vexata quaestio” della gestione precedente, è stato annunciato che adesso, a partire cioè da giovedì 28 giugno, essa sarà garantita per quattro giorni alla settimana, da giovedì a domenica (comprendendovi quindi l'intero fine settimana), dalle ore 10 alle 17. In sostanza quindi con ben 28 ore alla settimana rispetto alle “quasi zero” del regime fin qui vigente.

In proposito l'Assessore Angela Brandi, esprimendo la sua più viva soddisfazione per l'importante novità, ha rimarcato – anche leggendo una vera e propria “raccolta” di messaggi di protesta di turisti italiani sconcertati per la difficoltà di accesso al Museo, ripetutamente apparsi sul sito Tripadvisor – come «la sostanziale inaccessibilità a un Museo come questo, così legato alla storia del patriottismo triestino e nazionale, fosse davvero una macchia grave». «Confidiamo ora in queste nuove scelte di politica culturale e museale, che possano ridare - ha detto - nuova dignità a strutture storiche e di così grande pregio e significato come il nostro Museo del Risorgimento (sorto, ricordiamo, nel 1934, al posto della grande ex caserma austriaca che vide la detenzione e quindi l'esecuzione di Oberdan, n.d.r.). Garantendone nel contempo – ha concluso l'Assessore comunale all'Educazione – non solo l'apertura ma lo sviluppo di tutta una serie di attività di studio e di ricerca specificamente rivolte alle scuole e alle giovani generazioni, dai laboratori per le classi alle visite guidate “ritagliate” a misura del “circuito” delle gite scolastiche nel quale ora, finalmente, anche questo fondamentale museo triestino potrà rientrare».

Prima di lei, in apertura, il competente Assessore alla Cultura Giorgio Rossi aveva esordito sottolineando come «non poteva più essere che un luogo così rappresentativo della storia e dei sacrifici compiuti in questa Città in nome della Patria rimanesse ancora oggetto di disinteresse, chiusura, trascuratezza. Soprattutto per questo sono felice di consegnare oggi le chiavi di questo prezioso Museo a una associazione fra le più benemerite e ricche di storia della nostra città quale è la Lega Nazionale. Sapendo anche di affidarci in tal modo a delle mani esperte e sperimentate, come anche la più che positiva gestione del Sacrario della Foiba di Basovizza e del suo Centro di documentazione stanno a dimostrare».
«Ma non ci limiteremo a riaprirlo questo Museo. Intendiamo anche, in tempi brevissimi, affidare a un architetto esperto un progetto di complessiva “rivisitazione” degli ambienti e delle esposizioni, in modo tale – ha concluso Rossi – da ancor meglio valorizzare la ricchezza dei reperti presenti oltre che il Sacrario e l'ambito simbolicamente fondamentale della Cella di Oberdan».

E proprio a proposito della figura di Guglielmo Oberdan e del suo martirio, il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini ha evidenziato tutta la basilare importanza sua e della sua drammatica vicenda: «Il ruolo di Oberdan non va assolutamente delimitato e ridotto alla storia, pur emblematica e terribile, di un singolo individuo. Al contrario, il suo ruolo e la sua tragica e insieme gloriosa vicenda assunsero un'importanza enorme, assoluta. Senza Oberdan e il suo sacrificio, molto probabilmente l'irredentismo triestino – ha detto Sardos – non sarebbe mai “decollato”, non avrebbe mai preso la forza rilevante e crescente che poi lo caratterizzò come un “attore” politico e sociale di primo piano».

«Anche per questo aspetto di grande rilievo storico, assieme alla riapertura del Museo del Risorgimento è fondamentale – ha rimarcato Sardos Albertini - la valorizzazione del Mausoleo di Oberdan e il “racconto” della sua particolare vicenda, in special modo per quanto riguarda le scuole».
E mentre la direttrice dei Civici Musei e Biblioteche Laura Carlini Fanfogna ha ribadito la grande valenza della riapertura con orari finalmente adeguati e rispondenti ai già ricordati criteri sui requisiti minimi e standard qualitativi necessari per la partecipazione a pieno titolo nel Sistema Museale Nazionale, il professor De Vecchi, da sperimentato docente, non ha mancato di sottolineare l'assoluta necessità di ridare il debito spazio allo studio della storia nelle scuole, e in tal senso anche il “nuovo” Civico Museo del Risorgimento potrà giocare una parte non trascurabile.
Oltre, come detto, all'apertura e chiusura del Museo e alle visite guidate, tra i compiti dei nuovi “gestori” vi sarà la messa a disposizione dei visitatori e delle scuole di materiale illustrativo e storico, in forma bibliografica e/o audiovisiva (in consultazione oppure messo in vendita), la promozione di mostre specifiche e di eventi collaterali (previo accordo con il Servizio Musei e Biblioteche del Comune), la manutenzione ordinaria del Museo, nonché il “mantenimento in funzione dell'apposito contenitore per la raccolta delle offerte volontarie”, posto che l'ingresso rimarrà di norma gratuito.

 

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