Strage di Vergarolla, a Trieste il convegno a 80 anni dalla tragedia e dall’esodo

15 ottobre 2026 – 13:30 – A 80 anni dalla strage di Vergarolla, Trieste è tornata a riflettere su una delle pagine più drammatiche della storia dell’Adriatico orientale e sulle conseguenze dell’esplosione del 18 agosto 1946 per la comunità italiana di Pola. Si è svolto ieri, mercoledì 14 ottobre, nella Sala Maggiore della Camera di Commercio Venezia Giulia, il convegno “Vergarolla 1946. Una strage che accelerò l’esodo italiano da Pola e poi dall’Istria, Quarnero e Dalmazia”, promosso dalla Lega Nazionale. L’appuntamento ha riunito storici e studiosi per approfondire il contesto politico, le responsabilità ancora non definitivamente accertate e le conseguenze della tragedia, avvenuta mentre numerose famiglie erano riunite sulla spiaggia di Vergarolla in occasione delle gare natatorie organizzate dalla società sportiva Pietas Julia. L’esplosione degli ordigni bellici provocò numerosi di morti, tra cui una parte erano bambini, contribuendo ad aggravare il clima di incertezza già vissuto dagli italiani di Pola. A presiedere i lavori è stato lo storico Roberto Spazzali, che in apertura ha richiamato una significativa coincidenza: il 15 ottobre 1946, esattamente 80 anni fa, si concludevano i lavori della Conferenza di pace di Parigi, dalla quale sarebbe scaturito il trattato firmato il 10 febbraio 1947.

Sardos Albertini, ‘Serve una commissione parlamentare d’inchiesta’

Il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini, intervenuto sul tema “Il destino di tre città”, ha ricostruito la situazione di Trieste, Gorizia e Pola alla fine della Seconda guerra mondiale. Tre città la cui appartenenza territoriale rimaneva al centro delle trattative diplomatiche, alle quali si affiancava il caso di Zara, profondamente segnata dai bombardamenti e dall’abbandono di gran parte della popolazione italiana. Secondo Sardos Albertini, la condizione di Pola era particolarmente delicata: la città si trovava sotto amministrazione militare angloamericana, mentre gran parte del territorio istriano circostante era controllato dalle autorità jugoslave. In questo contesto, la strage venne percepita da molti polesani come il segnale di un futuro sempre più incerto. Il presidente della Lega Nazionale ha sottolineato come Vergarolla abbia contribuito ad accelerare la volontà di abbandonare la città, richiamando il titolo pubblicato all’epoca dal quotidiano L’Arena di Pola: “O l’Italia o l’esilio”.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla questione delle responsabilità. Sardos Albertini ha richiamato un’informativa britannica del dicembre 1946, resa pubblica molti decenni dopo, nella quale veniva indicata una possibile pista riconducibile agli apparati di sicurezza jugoslavi. Si tratta tuttavia di elementi che non hanno portato a un accertamento giudiziario definitivo delle responsabilità. Da qui la richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta, per fare luce sia sulle circostanze della strage sia sulle ragioni del lungo silenzio che, secondo il relatore, ha accompagnato questa e altre vicende del confine orientale.

Dipiazza: “Con il Trattato di Osimo abbiamo pagato un prezzo troppo alto”

Particolarmente critico l’intervento del sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, che ha ripercorso alcune delle vicende storiche che hanno segnato il capoluogo giuliano, soffermandosi soprattutto sul Trattato di Osimo del 1975, da lui giudicato una scelta profondamente sbagliata. Secondo il primo cittadino, dopo le sofferenze e le tragedie vissute dalla popolazione, l’Italia avrebbe dovuto affrontare diversamente le trattative, anziché accettare un accordo che, a suo giudizio, non portò risultati adeguati. Dipiazza ha sostenuto che sarebbe stato opportuno attendere il 1980, anno della morte di Tito, nella convinzione che si sarebbero potute ottenere condizioni più favorevoli, attribuendo le responsabilità di quella scelta alla classe politica dell’epoca. Il sindaco ha quindi richiamato le stragi e il dramma delle persone costrette ad abbandonare le proprie case e i propri beni, sottolineando come la storia del confine orientale rappresenti per lui una ferita ancora aperta. Un interesse nato già durante la sua esperienza come sindaco di Muggia, quando iniziò ad approfondire il ruolo di Trieste nella storia italiana. Dipiazza ha infine ricordato di aver fatto intitolare al dottor Geppino Micheletti il giardino interno dell’Ospedale Maggiore di Trieste, come riconoscimento alla figura del medico che, nonostante la perdita dei due figli nella strage di Vergarolla, continuò a prestare soccorso ai feriti.

Dalla linea Morgan al trattato di pace

Il quadro diplomatico è stato approfondito da Massimo de Leonardis, che ha ripercorso il destino di Pola attraverso gli accordi militari e le trattative tra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Al centro della relazione, la linea Morgan, che nel giugno 1945 aveva definito la separazione tra le zone amministrate dagli angloamericani e quelle controllate dalle forze jugoslave. Pola costituiva un’enclave sotto amministrazione alleata, isolata dal resto del territorio istriano. De Leonardis ha ricostruito le differenti proposte territoriali formulate dalle quattro potenze, evidenziando come le posizioni britanniche e statunitensi risultassero inizialmente più favorevoli all’Italia, mentre la soluzione francese, poi divenuta la base del compromesso diplomatico, avrebbe portato all’assegnazione di Pola alla Jugoslavia. Un percorso che ha messo in evidenza il peso degli equilibri internazionali e delle scelte strategiche delle grandi potenze sul destino della popolazione italiana dell’Istria.

Micheletti, il medico che operò per ventiquattro ore dopo aver perso i figli

Particolarmente intensa la relazione di Giovanna Penna, dedicata alla figura del dottor Geppino Micheletti, il chirurgo dell’ospedale di Pola che nella strage perse i due figli, Carlo e Renzo. Penna ne ha ripercorso la formazione, la carriera e soprattutto il comportamento durante la tragedia. Mentre i bambini si trovavano sulla spiaggia di Vergarolla, Micheletti era in servizio all’ospedale cittadino. Dopo l’esplosione, la struttura venne raggiunta da numerosi feriti e il medico, nonostante avesse appreso della morte dei figli, continuò a operare per ventiquattro ore consecutive. La relazione ha ricordato anche il ruolo assunto dal chirurgo durante l’esodo del 1947, quando venne individuato dalla Croce Rossa come riferimento per la gestione e il trasferimento degli ammalati. Micheletti rimase a Pola fino al completamento delle operazioni di evacuazione dei pazienti, prima di lasciare a sua volta la città.

Tra gli episodi più significativi ricordati da Penna, quello delle infermiere che, negli ultimi anni della vita del medico, scoprirono che conservava nel camice una calza appartenuta al piccolo Renzo, uno dei pochi ricordi materiali rimastigli del figlio. Una testimonianza che ha riportato al centro della riflessione la dimensione personale della tragedia. Come osservato da Roberto Spazzali al termine della relazione, accanto ai calcoli della diplomazia e alle grandi strategie internazionali resta il vissuto delle persone, con la storia che irrompe nell’intimità delle famiglie.

Pilotto, ‘Vergarolla non compare nelle corrispondenze diplomatiche’

Sul rapporto tra la strage e le conseguenze per il confine orientale si è soffermato Stefano Pilotto, che ha richiamato un elemento emerso dall’esame della documentazione diplomatica dell’epoca. Secondo lo storico, nelle corrispondenze e nelle relazioni della delegazione italiana alla Conferenza di pace di Parigi successive al 18 agosto 1946 da lui esaminate, Vergarolla non viene menzionata, nonostante la gravità dell’accaduto. Pilotto ha inoltre sottolineato come le decisioni internazionali che avrebbero portato alla cessione di gran parte dell’Istria alla Jugoslavia fossero già in fase avanzata prima dell’esplosione. La tragedia ebbe invece conseguenze particolarmente profonde sulla popolazione, alimentando paura e disorientamento e indebolendo ulteriormente la volontà di rimanere a Pola.

“Si parte o si resta?” è il dilemma richiamato dallo storico per descrivere le scelte che le famiglie italiane si trovarono ad affrontare in quei mesi. Pilotto ha anche evidenziato la necessità di proseguire la ricerca sulle responsabilità dell’esplosione attraverso documenti e riscontri storici, distinguendo le ipotesi dalle conclusioni effettivamente dimostrate.

Dalla memoria storica al teatro

Nel programma del convegno hanno trovato spazio anche la riflessione di Fulvio Salimbeni sulla rappresentazione di Vergarolla nell’ultimo romanzo di Carmen Laterza e il contributo di Roberto Menia sul significato e sulle caratteristiche dell’esodo giuliano-dalmata. La conclusione dell’incontro è stata affidata alla lettura di un frammento dello spettacolo Quattordiciedieci di Roberto Spazzali, con drammaturgia di Sara Alzetta. Il monologo ha rievocato il dolore di una madre alla ricerca dei resti del figlio dopo l’esplosione e il successivo trasferimento delle spoglie durante l’esodo.Nella parte conclusiva della conferenza è stato inoltre annunciato uno spettacolo dedicato a Vergarolla per la prossima stagione teatrale, con un riferimento al Politeama Rossetti di Trieste, nell’intento di raggiungere anche attraverso il teatro un pubblico più ampio. Il convegno, organizzato con i fondi del bando regionale promosso dal consigliere regionale Claudio Giacomelli, si inserisce anche nel percorso di sensibilizzazione legato alla proposta di legge presentata alla Camera dalla deputata Nicole Matteoni, che punta a istituire il 18 agosto come Giornata nazionale del ricordo dei martiri di Vergarolla. A 80 anni dalla strage, l’incontro ha così riportato l’attenzione non soltanto sulle questioni storiche ancora aperte, ma anche sulla necessità di trasmettere alle nuove generazioni la memoria delle vittime e dell’esodo, intrecciando la ricostruzione dei grandi avvenimenti politici con le storie delle persone che ne subirono le conseguenze.

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