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Il discorso integrale del Presidente della Lega Nazionale

Il discorso integrale del Presidente della Lega Nazionale

IL DISCORSO INTEGRALE DEL PRESIDENTE DELLA LEGA NAZIONALE PER LA CERIMONIA SOLENNE DEL GIORNO DEL RICORDO

Lo scorso 10 febbraio, nel mio intervento al Sacrario di Basovizza, mi ero richiamato alla scelta della Chiesa Cattolica di portare all'onore degli altari tre giovani beati di queste terre, l'italiano Francesco Bonifacio, lo sloveno Lojze Grozde ed il croato Miroslav Bulesic, tutti e tre assassinati dagli uomini di Tito, tutti e tre martiri , tutti e tre testimoni della barbarie criminale del Comunismo.

Avevo auspicato che, proprio nel ricordo di quei tre martiri, si renda onore, alla Foiba di Basovizza, non solo agli Italiani, ma anche a quanti altri, Sloveni ed Croati, avevano parimente subito la violenza ideologica della Rivoluzione titoista.

Concludevo testualmente: «Se a questo ricordo comune riterranno di partecipare anche autorità istituzionali delle vicine Repubbliche ben venga.»

Lo scorso 13 luglio la visita al Sacrario di Basovizza di due capi di stato, quello italiano e quello sloveno, ha dato realizzazione, parziale, a quell'auspicio.

Quella visita si è collocata appunto nel segno di ricordare, qui a questo Sacrario, la tragedia vissuta dai due popoli, italiano e sloveno.

Tragedia, peraltro, in comune anche con il popolo croato.


 

Fini: revocare le onorificenze agli infoibatori

«Non vi sono dubbi sull’opportunità morale di revocare onorificenze date in passato a dirigenti jugoslavi che si resero responsabili della tragedia delle foibe e dell’esodo».

Parole chiare, quelle del presidente della Camera Gianfranco Fini, in merito alla richiesta di revoca dei riconoscimenti assegnati dall’Italia in passato al maresciallo Tito e ad alcuni dei suoi gerarchi, avanzata nei giorni scorsi dall’Unione degli istriani.

Un atto che, secondo la terza carica dello Stato, entra a pieno titolo in quell’auspicata opera di rafforzamento dell’« impegno per un mondo libero da oppressioni»

da Il Piccolo


 

Intitolata alle vittime delle foibe la sala della Presidenza del Consiglio provinciale di Orvieto

OrvietoNews.it

La sala della Presidenza del Consiglio provinciale è stata intitolata alle vittime delle foibe e un'apposita targa testimonia questa iniziativa. Lo ha comunicato il Presidente dell'Assemblea di Palazzo Bazzani, Giuseppe Ricci, in apertura dei lavori del Consiglio di ieri, sottolineando che "con questo atto si è dato concretamente seguito alla volontà di rendere omaggio a questi martiri, caduti in nome della libertà e della loro italianità. A seguito di questa iniziativa –ha proseguito lo stesso Ricci- la società "Studi Fiumani" ha fatto dono al Consiglio provinciale di una serie di pubblicazioni molto interessanti e della medaglia "Omaggio a Fiume", invitando i Consiglieri a fare visita alla sede della società".


 

Montebelluna: una piazza per i martiri delle foibe

Il Gazzettino 03/09/05

VIA LIBERA DEL CONSIGLIO COMUNALE
Una piazza per i martiri delle foibe

Montebelluna

(L.Bel.) Via libera da parte del consiglio comunale alla realizzazione in città di una piazza dedicata ai martiti delle Foibe. All'unanimità maggioranza ed opposizioni, giovedì sera finalmente tranquilli e
propositivi, hanno espresso il loro parere positivo per dedicare uno spazio della città alle vittime di un periodo storico che soltanto dopo circa 60 anni hanno "trovato il giusto rispetto e l'adeguata sensibilità" (sono parole del consigliere di Alleanza nazionale Benedetto Pinto) da parte dell'amministrazione montebellunese. "Ho molto apprezzato il parere espresso dalla maggioranza - dice Pinto - e mi auguro che ora ai martiri delle Foibe sia assegnato uno spazio dignitoso in una zona centrale della città. Le vittime di questo spaccato di storia italiana meritano infatti tutto il nostro rispetto". "Finalmente - ha aggiunto Gianni Pellizzari - anche a Montebelluna è stata colmata una grave lacuna storica. Ora possiamo essere orgogliosi per aver dato agli eroi delle "Foibe" la dignità che si meritavano". Da stabilire per il momento il sito dove sorgerà la piazza, anche se è probabile che sia nei pressi di via Montello.


 

Scrive opera teatrale sulle Foibe: intimidazioni al giovane regista

Scrive opera teatrale sulle Foibe - Intimidazioni al giovane regista

 

Bergamo: Da quindici giorni, Luca Andreini, studente di 18 anni, sta subendo avvertimenti che preoccupano anche in questura

 

Leggi tutto da Corriere della Sera

 

 

 


 

Graziano Udovisi di Pola ha ricevuto un Oscar tv legato alla fiction «Il cuore nel pozzo»

Graziano Udovisi di Pola ha ricevuto un Oscar tv legato alla fiction «Il cuore nel pozzo»

«Adesso l’Italia conosce le foibe»


«Ho sentito tanto calore attorno a me, tutta la gente partecipe del mio dramma e ho capito che dopo sessant’anni finalmente molti italiani stavano apprendendo una parte fondamentale e tragica della nostra storia.» Graziano Udovisi, istriano di Pola, è tornato a Reggio Emilia, dove abita da oltre mezzo secolo, da Sanremo dove sabato sera ha ritirato l’«Oscar tv speciale» come unico sopravvissuto delle foibe tuttora vivente. Il suo premio era legato a quello che tra le fiction ha visto trionfare l’ormai arcinota «Il cuore nel pozzo». (...)

Udovisi, italiano di una terra prevalentemente italiana, consegnatosi agli jugoslavi il 2 maggio 1945 per permettere ad altri italiani di salvarsi, è stato torturato, seviziato e umiliato dai titini (tanto da riportare danni fisici permanenti), per essere alla fine gettato in una foiba a Fianona dalla quale riuscì miracolosamente a risalire dopo molte ore, mettendo anche altruisticamente in salvo un commilitone, Giovanni Radeticchio, mentre altri quattro morirono. Loro due erano riusciti a evitare la raffica di mitragliatrice sparata sui prigionieri.
Una vicenda di orrore e violenza da deplorare, ma il premio, come probabilmente le trasmissioni televisive nazionali alle quali recentemente Udovisi è stato ospite, non hanno messo nell’opportuno rilievo il ruolo che questo istriano, che il 6 luglio compirà ottant’anni, ricopriva.

«Ero inquadrato nel secondo reggimento della Milizia difesa territoriale, dipendente da Pola - ha spiegato ieri mattina Udovisi - ero ufficiale e avevo il comando di Portole e Rovigno. Era l’unico modo per difendere la popolazione italiana e i territori italiani perché dall’8 settembre 1943 gli slavi avevano incominciato ad ammazzare tutti, secondo un progetto preparato a tavolino, una carneficina che in quelle terre ha provocato ventimila morti. Sono stati loro a portare il terrore nel mondo fin dai tempi di Gengis Khan.» (...)

«Vidi che con gli slavi era passato un maggiore dell’esercito italiano - ha commentato Udovisi - chi era il traditore: io o lui? Non mi si poi parli delle violenze del fascismo: cosa c’entrava la popolazione dell’Istria su cui si abbattè il genocidio compiuto dagli slavi?»

«La fiction è stata qualcosa di straordinario - ha commentato Udovisi - Gullotta era la metafora di un imperativo morale che imponeva di salvare il salvabile, Fiorello impersonava l’agnosticismo che aveva coinvolto molti dopo il crollo della Patria. Grazie soprattutto a loro, noi profughi che fino a ieri eravamo stati completamente cancellati, adesso sentiamo tanta gente che ci dice: il nostro cuore è con voi. L’Italia ha conosciuto il nostro dramma, forse presto lo conoscerà l’Europa intera. Io da allora non sono mai più tornato in Istria: se mi invitano lo faccio. Ma non mi aspetto che gli slavi lo facciano.»

Silvio Maranzana

Il Piccolo 22/03/05


 

Nasce largo Bonifacio, nel nome di un infoibato

L'inizio di viale XX Settembre sarà intitolato alla memoria del sacerdote ucciso in Istria

Il Piccolo 28 luglio 2005

Il prelato scomparve in circostanze misteriose. In atto la causa di beatificazione
L'iniziativa toponomastica è partita nel 2002 da una lettera inviata dal consigliere regionale Bruno Marini (Forza Italia) al sindaco Dipiazza

di Pietro Comelli

L'inizio di viale XX settembre sarà intitolato a un infoibato. "Largo Francesco Bonifacio, sacerdote istriano e martire per la fede" è la targa che il Comune scoprirà sabato 10 settembre nell'area pedonale fra via Muratti e l'ex acquedotto. Una zona centralissima, da poco ripavimentata e arricchita dalla fontana cosiddetta dei "mascheroni" che, dopo la posa di alcune panchine, è diventata un punto di incontro per i cittadini.
Nei prossimi giorni l'amministrazione comunale confermerà la cerimonia, che si terrà in una data non casuale: l'11 settembre 1946, infatti, don Bonifacio trovò la morte in Istria. Ucciso e infoibato dai partigiani jugoslavi di Tito. Una pagina tragica della storia del confine orientale, finora ricordata da una via dedicata genericamente ai "martiri delle foibe". Il provvedimento, approvato dalla commissione toponomastica comunale, ha un significato molto forte. È la prima strada di Trieste intitolata a un infoibato.
La scelta è caduta sulla figura di don Bonifacio, un sacerdote di Pirano per il quale è anche in corso il processo di beatificazione. L'idea di intitolargli una strada è partita nel 2002 da una lettera del consigliere regionale Bruno Marini (Fi), indirizzata al sindaco Roberto Dipiazza, poi formalizzata in Comune dai consiglieri comunali forzisti Francesco Gabrielli, Maurizio Marzi e Piero Camber. Largo Francesco Bonifacio avrà un unico numero civico: l'ubicazione individuata ha tenuto conto anche di questo aspetto. Non si voleva modificare la toponomastica e creare disagio ai residenti che, davanti al cambio di denominazione, devono cambiare indirizzo.
L'intitolazione anticiperà la beatificazione come martire di don Bonifacio. Un processo diocesano di canonizzazione, iniziato nel 1957 e chiuso a Trieste nel 1998, attualmente all'esame del Vaticano. Un iter piuttosto complesso che papa Benedetto XVI ha deciso di riordinare nell'intento di snellire le pratiche.
La causa di don Bonifacio è stata più volte congelata. In passato si era parlato che una non meglio rpecisata "lobby croata" stesse tentando di ostacolare la beatificazione di un prete considerato scomodo. Una tesi in ogni caso smentita don Paolo Rakic, dal 1996 notaio della causa di beatificazione. Il ritardo avrebbe solo motivi burocratici.
Ma chi era don Bonifacio? Un giovane prete nato a Pirano nel 1912, fatto sparire nel dopoguerra in circostanze misteriose. La prima notizia dell'uccisione risale al 21 settembre 1946 ed è vergata dal vescovo monsignor Antonio Santin: "Fino a oggi nulla si sa di lui. Le autorità fingono - scrive - di ignorare ogni cosa. La popolazione dice che è stato ucciso". La morte violenta è in ogni caso certa, ma non si conosce alcun particolare. Sarebbe stato ucciso la notte stessa dell'arresto, l'11 settembre 1946, da parte dei partigiani jugoslavi. Il corpo non è mai stato ritrovato, secondo alcune testimonianze don Bonifacio sarebbe stato gettato nella foiba della campagna di Grisignana.
Negli anni Settanta, stando alla relazione e le testimonianze raccolte dallo scrittore e saggista Sergio Galimberti, era pericoloso occuparsi del caso Bonifacio. "Non l'avrebbero fermato nemmeno le intimidazioni che, negli anni bui della persecuzione religiosa in Istria, lo raggiungevano. Don Bonifacio aveva tutti con sé, specie i giovani, non lo potevano sopportare - scriveva nel 1998 il vescovo Eugenio Ravignani, nella prefazione al testo di Galimberti sul prete di Pirano - coloro che, imponendo anche con la forza la concezione materialistica e atea del comunismo, volevano cancellare ogni traccia della fede cristiana nel popolo istriano".


 

Foibe, viaggio sul set del film che rievoca la tragedia negata (dal "Corriere della Sera" del 12/07/04)

Il regista Alberto Negrin sta girando in Montenegro la fiction per Raiuno «Un dramma umano che ha sullo sfondo gli scontri politici e ideologici».

DAL NOSTRO INVIATO 

TIVAT (Montenegro) - La memoria negata è una buca profonda otto metri realizzata in un capannone di Budva, un paesino sulla suggestiva costa montenegrina, dagli artigiani italiani e jugoslavi che stanno lavorando a una delle più importanti e controverse produzioni Rai del momento: «Il cuore nel pozzo», un film di due puntate da novanta minuti ciascuno realizzato dalla Rizzoli audiovisivi, racconterà a milioni di telespettatori una delle tragedie più atroci del Novecento ma di cui fino a pochi anni fa non si occupavano nemmeno i libri di storia. Quasi gli studiosi obbedissero a una consegna del silenzio che per mezzo secolo ha circondato le migliaia di vittime italiane della repressione titina nell’autunno del ’43 e, soprattutto, nella primavera-estate del ’45. Quando nel resto dell’Italia si festeggiava la fine della guerra, fra Trieste e l’Istria i partigiani jugoslavi, obbedendo a un preciso ordine di Tito, eliminavano chiunque si opponesse alla «slavizzazione» dei territori.

Agli italiani, ma anche agli jugoslavi che non condividevano la ferocia dei metodi, poteva capitare di morire di stenti in un campo di concentramento o, più facilmente, essere gettati vivi in una delle foibe che sono caratteristiche di quelle zone. Fenditure strette e buie del terreno in cui si poteva scomparire per una motivazione politica ma anche per una vendetta personale ai torti subiti dai carnefici durante il periodo fascista o, semplicemente, per avidità. In quelle buche ora ricostruite a Budva con il corpo della vittima scompariva anche la prova del delitto ed era più facile impadronirsi di case e terreni.

DIECIMILA VITTIME - Delle circa diecimila vittime di quella tragedia si è mantenuto sempre un vivo e partecipe ricordo locale ma a livello nazionale se ne è parlato poco. Per una serie di motivi, dall’appoggio dato da Togliatti alla politica di occupazione jugoslava dei territori italiani alla necessità politica da parte dei governi occidentali di non mettere in imbarazzo il maresciallo Tito dopo la clamorosa rottura con Stalin nel ’48. Sicché l’argomento è diventato scomodo, «politicamente scorretto». Condizionati da questo pregiudizio, come ci racconta il regista Alberto Negrin, conosciuto dal grande pubblico per una serie di film storici come «Perlasca. Un eroe italiano», del 2002, e «Il sequestro dell’Achille Lauro», dell’89, sono stati due o tre attori che «si sono rifiutati di partecipare al nostro film per una questione ideologica, per paura di eventuali reazioni. Convinti che questo film sia figlio della stagione berlusconiana, in realtà hanno rinunciato a pensare di testa propria».

RACCONTO EPICO - Ma la complessità del tema proposto, tiene a spiegare Negrin, fra una pausa e l’altra di una scena girata attorno a una vecchia fortezza che gli austroungarici avevano costruito a metà dell’800 sul confine con il Montenegro, «non deve far pensare a un film di ricostruzione storica». «Questo è un racconto epico - aggiunge il regista - dove in primo piano non sono gli scontri politici e ideologici, ma il dramma umano di persone normali nel momento più difficile del Novecento». Il film, su soggetto di Massimo e Simone De Rita, racconta la storia di una piccola comunità istriana sconvolta dalla guerra civile. Come avvenne nella realtà, le vicende private si intrecciano con quelle pubbliche.
Il capo partigiano titino Novak, interpretato dal popolare attore serbo Dragan Bjelogrlic, è alla ricerca del figlio avuto dall’italiana Giulia, la bella Sonia Aquino, che per non consegnare il piccolo Carlo (un simpaticissimo ragazzino milanese, Gianluca Grecchi) all’uomo che l’ha violentata, lo affida alle cure di don Bruno, interpretato da un umanissimo Leo Gullotta. La storia può essere così semplificata: la fuga del prete attraverso le campagne dell’Istria verso il confine con l’Italia per mettere in salvo il piccolo Carlo e il suo compagno Francesco (interpretato da Adriano Todaro). Attorno a questi personaggi ruotano le figure del reduce alpino Ettore (Beppe Fiorello), della sua fidanzata Anja (Antonia Lìskova), dei genitori di Francesco, Marta, insegnante, e Giorgio, il medico del paese (interpretati da Mia Benedetta e Cesare Bocci), di Walter (Marcello Mazzarella), rappresentante del Cln che sarà sacrificato dai titini nonostante la fede comunista. E centinaia di comparse, o meglio sarebbe dire coprotagonisti di una storia dimenticata, vestiti con sapienza dalla costumista Mariolina Bono, che questo film di Alberto Negrin vuole sottrarre all’oblio.

LE TESTIMONIANZE - «Come molti italiani di media cultura - racconta Negrin - anch’io non conoscevo bene la vicenda delle foibe. Sapevo della tragedia ma non l’avevo mai approfondita. Quando mi hanno proposto il soggetto, mi ci sono appassionato e ho cominciato a leggere quasi tutti i libri sull’argomento, dal romanzo di Sgorlon al saggio di Gianni Oliva, al libro autobiografico di Anna Maria Mori. E poi le testimonianze pubblicate dalle associazioni locali. Mi sono così convinto che è un nostro dovere raccontare questa tragedia, non per entrare nella disputa politica e ideologica ma per far conoscere una tragedia dimenticata. Questo è il primo film che parla delle foibe e credo sia un bel modo di far televisione». La prima puntata del «Cuore nel pozzo» sarà trasmessa da Raiuno il 10 febbraio, giornata della memoria per le vittime delle foibe.

SULLO STESSO PIANO - C’è stato chi ha criticato l’istituzione di questa giornata della memoria, quasi che si volesse mettere sullo stesso piano della giornata delle memoria dell’Olocausto.
«A me ebreo - dice Negrin - queste polemiche non interessano. Non mi piace la retorica delle celebrazioni, mi interessa invece che ogni giorno sia buono per ricordare. E per pensare fuori dagli schemi ideologici».
Dino Messina

La storia e il cast

IL FILM La Rai e la Rizzoli Audiovisivi hanno prodotto «Il cuore nel pozzo», film tv in due puntate di 90 minuti ciascuna sulla tragedia delle foibe

PROTAGONISTI
Il regista Alberto Negrin («Perlasca. Un eroe italiano», «Il sequestro dell’Achille Lauro») dirige il film con soggetto di Massimo e Simone De Rita. Tra i protagonisti Beppe Fiorello, Leo Gullotta, Antonia Lìskova, Sonia Aquino.

LA TRAMA
«Il cuore nel pozzo» racconta la storia di una piccola comunità istriana sconvolta dalla guerra civile. Leo Gullotta è don Bruno, il sacerdote del paese, mentre Beppe Fiorello è il reduce alpino Ettore.

si ringrazia: Foibe: 60 anni di silenzio


 

A Palma di Montechiaro la storia divide destra e sinistra

La Sicilia 25 gennaio 2005

(...) accanto a questa presa di posizione, il coordinatore dei giovani azzurri ha aggiunto che la cosa che ha colpito di più, nella replica pubblicata nei giorni scorsi dal nostro giornale dei diessini palmesi sulla loro assoluta condivisione della rimozione della lapide che ricordava le sanzioni contro l'Italia, è stato il silenzio su un problema forse più importante, quello cioè della decisione di dedicare una via della cittadina al maresciallo Tito, giudicato da Castellino e dai giovani di Forza Italia "carnefice di migliaia di uomini, donne e bambini, fatti precipitare nelle foibe e la cui unica colpa è stata solo quella di essere Italiani e di amare il Tricolore".

Stefano Castellino, a tal proposito, ha ricordato che persino in un saggio di cui è stato autore lo scrittore Giorgio Rustia nel commentare la decisione degli amministratori comunali palmesi di dedicare una arteria del paese al dittatore jugoslavo, è stata rivolta una dura condanna contro chi "nella cittadina palmese ha avuto il coraggio e la sfrontatezza di onorare un personaggio storico come Tito le cui mani grondarono di sangue italiano e non solo italiano e che fu il carnefice morale, se non materiale, di migliaia di nostri connazionali al fine di pulire etnicamente delle terre che furono italiche sino ai tempi di Roma e Venezia".

Il coordinatore dei giovani azzurri palmesi ha ancora sottolineato che "ironia della sorte, l'artefice di tale misfatto, forse cosciente dell'abominevole gesto, ha posto tale dedica sulla strada che conduce al cimitero" e si è anche chiesto quale valenza storica e pedagogica abbia apportato la decisione di dedicare una strada importante della cittadina ad un nemico dell'Italia.


 

A Tivat, sul set di "Il cuore nel pozzo" (da "Panorama" del 22/7/04)

Una ferita profonda e sessant’anni di silenzi. Una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica. Tutto nel fondo di una foiba, una gola di terra e fango, stretta e buia. Sullo schermo sarà profonda decine di metri moltiplicati grazie agli effetti speciali. Sul set di Il cuore nel pozzo, film prodotto da Angelo Rizzoli che Alberto Negrin sta girando per Raifiction, in realtà quei metri sono appena una decina, ma a entrarci dentro sono agghiaccianti proprio come il buco nel terreno e nella memoria collettiva che tra l'autunno del 1943 e la primavera del '45 ferì a morte il candore asciutto delle terre carsiche.

Mentre l'Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso, con loro, i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno 10 mila i “desaparecidos” di un massacro sul quale per mezzo secolo è calato il velo della storia, ma anche delle complicità: la lista delle sparizioni, sulle quali calò anche il silenzio dei comunisti togliattiani di allora si allungò anche per quel regolamento di conti personali o etnici che ha moltiplicato, alla fine, le cifre dei morti, reali e presunti. Film ad alto tasso spettacolare ed emotivo, “Il cuore nel pozzo”, destinato ad andare in onda su Raiuno in due serate a partire dal 10 febbraio 2005 [il 6 e 7 NDR] (nella prima Giornata della memoria per le vittime delle foibe), è stato scritto da Massimo e Simone De Rita con la consulenza storica di Giuseppe Sabbatucci. Inequivocabile nel giudizio, ma che “va al di là di una lettura schierata, di parte” come dice subito Alberto Negrin. “Per un regista come me, uno che racconta solo storie destinate a far riflettere ed emozionare, non ci sono riserve né condizionamenti, ma solo il dovere di raccontare una tragedia dimenticata”. Ebreo, autore di film televisivi forti, come Il sequestro dell'Achille Lauro del 1989 e soprattutto Perlasca (2002), che ha appena conquistato ben 5 mila spettatori della Comunità ebraica di Toronto, Negrin si muove sul set come un generale: sposta camion e artificieri, comparse e vivandiere, costumisti e assistenti. Per trasformare ogni pagina di sceneggiatura in un racconto avvincente. Sotto le tende militari infestate dalle cavallette o sul tetto della fortezza austroungarica ancora perfetta nella sua granitica struttura, dà l' “azione!” e comunica attraverso l'interprete le emozioni di ogni scena da girare.

In un luglio con il termometro a 48 gradi, 150 comparse perfette nella povertà degli anni Quaranta reinventata dalla costumista di Marcinelle, Mariolina Bono, lo seguono come un pifferaio: piangono di disperazione i bambini che stanno per essere separati dalle famiglie, gridano i vecchi spintonati dalle divise verdi con la stella rossa, si difendono dalla violenza e dalle torture uomini e donne condannati a essere “infoibati”. La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un'italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio, in un racconto epico nel quale si muovono altri personaggi, il reduce alpino Ettore (Giuseppe Fiorello), la sua fidanzata Anja, i genitori del piccolo Francesco (Marta, che è l'attrice Mia Benedetta, fa l'insegnante, Giorgio, Cesare Bocci, è il medico del paese). C'è, ancora, Marcello Mazzarella, il giovane Walter, militante del Cln che sarà sacrificato, alla fine, dai soldati titini nonostante sia dichiaratamente comunista. Leo Gullotta è l'eroico don Bruno che, sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all'orfanotrofio. Dragan Bjelogrlic, invece, è il crudele Novak: quarantenne di punta del cinema iugoslavo, è il più cattivo: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo... In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”. Facce datate, e look perfettamente in sintonia con la povertà, l'arretratezza, la fame del tempo nel colpo d'occhio delle famiglie ammassate come bestie sui camion in viaggio verso la deportazione: si squaglia, sotto il sole, il trucco di Sonia Aquino, la madre di Carlo, E suda, in divisa, Giuseppe Fiorello, Beppe ormai solo in famiglia che, dopo Salvo D'Acquisto, ha una certa familiarità con i successi in grigioverde. Antonia Lìskova (in Italia ha lavorato in Don Matteo, Sospetti 2, Incantesimo e, con Nino Manfredi, in Le notti di Pasquino) è Anja, in coppia con Ettore Fiorello.

Quando Negrin grida “Azione!” il racconto diventa storia: giovani e vecchi si cercano gridando i loro veri nomi, suggestionati dal clima emotivo che il regista ha creato mentre i soldati titini strattonano i bambini. Volano calci, pugni e gli stuntmen si confondono con le comparse per rendere meno pericoloso il realismo delle scene. Il calcio di un fucile sfiora l'orecchio del piccolo Carlo, che ha gli occhi azzurri di Gianluca Grecchi, un bambino che già la sa lunga e sogna di diventare, domani, una star della fiction come Alessio Boni. Il più grande, Adriano Todaro, spia con attenzione Gullotta e Fiorello ma in realtà vorrebbe essere Negrin: “Perché” dice “ti dà sicurezza”. Ne ha data, e non poca, a Roberto De Laurentiis, che guida localmente in partnership con Piero Amati l'organizzazione di otto settimane di rovente passione montenegrina, ma soprattutto al gran capo di Raifiction, Agostino Saccà, e a Rizzoli, che ha investito in questa produzione 4 milioni e mezzo di euro. “Negrin è un grande regista e solo un buon film può riannodare i fili della memoria spezzata” dice Saccà. “Quest'anno su Raiuno la fiction ha battuto anche il calcio”. “Per me” aggiunge Angelo Rizzoli “Il cuore nel pozzo è insieme coraggio e coerenza. Il coraggio di rompere un tabù. La coerenza di una linea editoriale che ha prodotto successi come Marcinelle e Al di là delle frontiere con Sabrina Ferilli partigiana innamorata di un nemico in divisa nazista”. E se fosse, per dirla con Negrin, “soprattutto buona televisione?”.

si ringrazia: Foibe: 60 anni di silenzi


 

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