• 040365343
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CARLO AZEGLIO CIAMPI
 IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DEL RICONGIUNGIMENTO DELLA CITTA' ALL'ITALIA

Trieste - Piazza dell'Unità d'Italia, 4 novembre 2004

Autorità,
Cittadini di Trieste,
Militari,

cinquant'anni fa oggi, in questa stessa giornata del 4 novembre, già sacra alla storia d'Italia, e alla fedele memoria dei Triestini, il Presidente Luigi Einaudi celebrava il ritorno alla madrepatria di questa città, faro di civiltà italiana ed europea.

Prima che avesse inizio la parata militare delle truppe del presidio, garanti del nuovo confine orientale, il Capo dello Stato decorò il gonfalone della città di Trieste della medaglia d'oro al valor militare. La motivazione aveva inizio con parole che ancora risuonano nei nostri cuori, e che sono di straordinaria attualità. Le cito: "Protesa da secoli ad additare nel nome d'Italia le vie della unione tra popoli di stirpe diversa, Trieste fieramente partecipava coi figli migliori all'indipendenza e all'unità della Patria".

In quel novembre del 1954, l'Europa era divisa in due dalla Cortina di Ferro. La guerra fredda minacciava la pace dei popoli. Tutte le ferite della città martire, terra di rifugio di moltitudini di profughi istriani e dalmati, erano ancora aperte e sanguinanti. La guerra, sbagliata e perduta, era costata all'Italia il distacco di territori parte della nostra storia.

E' difficile dimenticare quel passato; e non lo si deve dimenticare. I popoli europei lo ricordano, affinché quelle tragedie non si ripetano. Ma odi e rancori sono stati lasciati alle spalle da un'Europa finalmente in pace, dopo secoli di guerre.

Un mondo nuovo è risorto dalle rovine lasciate dalle stragi del Novecento. L'Europa unita, che lasciamo in eredità ai nostri figli, è cresciuta sulle fondamenta di una antica civiltà comune, che ha le sue radici nella storia, nella cultura, negli ideali civili e religiosi della nostra Italia.

I primi passi compiuti dai popoli europei sulla via della riconciliazione non sono stati facili. Abbiamo avviato insieme un processo di purificazione della memoria, di rilettura critica del nostro passato.

Abbiamo condannato e respinto ogni forma di totalitarismo. Abbiamo scelto come nostra bandiera, come premessa necessaria della ritrovata unità e concordia, la democrazia; la libertà e l'indipendenza dei popoli; il rispetto dei diritti dei cittadini e delle minoranze. Abbiamo posto l'accettazione di questi principi come condizione per poter essere accolti nell'Unione Europea.

Da allora abbiamo rivolto lo sguardo al futuro, un futuro nuovo e diverso, che abbiamo, passo dopo passo, tenacemente costruito. La celebrazione odierna del ritorno di Trieste all'Italia ha luogo nel quadro di un sistema di istituzioni di governo comuni, oramai esteso a larga parte del continente; anche a Paesi da cui ci divideva, fino a non molti anni addietro, un confine invalicabile, che abbiamo abbattuto. Cinquant'anni fa, tutto questo ci appariva un sogno.

Il nostro europeismo non nega, anzi presuppone, l'amor di patria. Il nostro Risorgimento, ispirato a ideali di fraternità fra tutte le nazioni, libere e indipendenti, ci ha trasmesso - insieme con la ritrovata coscienza dell'unità nazionale - una ricca eredità di ideali europeisti, sempre presenti anche nella lunga passione risorgimentale e patriottica di questa città.

Cinquant'anni fa, il Presidente Einaudi ricordava, nel messaggio rivolto all'allora Presidente del Consiglio Scelba, la "fiaccola mai spenta ed oggi con orgoglio riconsegnata, viva di fiamma ardente, all'Italia e a Trieste".

L'esplosione di incontenibile esultanza popolare che salutò, in questa piazza, in questa città, in tutta Italia, il ritorno dei soldati e marinai italiani a Trieste, il 26 ottobre 1954 non nasceva solo dal sentimento di ritrovata sicurezza dopo tante sofferenze. Non finiva soltanto un'epoca di persecuzioni e di massacri, di campi di concentramento e di sterminio, di popolazioni in fuga, di luoghi del cuore abbandonati. Il patriottismo della città liberata aveva le sue radici in ancor più lontane memorie.

La data del 4 novembre suscitava allora, e suscita ancora oggi, un empito di commozione nell'animo di chi ascoltò dalla bocca dei padri i racconti degli anni di sangue della Grande Guerra, la guerra delle trincee e degli assalti alla baionetta, la guerra del Monte Grappa, dell'Isonzo e del Piave.

La Grande Guerra, pur con le sue atrocità, era stata vissuta dal popolo italiano come l'ultima guerra d'indipendenza, che aveva portato a compimento la riunificazione d'Italia. Non era stata, e non aveva voluto essere, una guerra di conquista, una guerra figlia dell'odio, ma una guerra di liberazione, combattuta per riunire all'Italia Trento e Trieste.

Questi ricordi si intrecciano oggi, nella nostra mente, con quelli tragici della seconda guerra mondiale, voluta dalla dittatura, costata a tutto il popolo italiano un altissimo prezzo di vite spezzate, di terre italiane irrimediabilmente perdute. Questa è l'eredità del passato. E tuttavia, qui a Trieste, il passato non ci ricorda soltanto conflitti e odi, persecuzioni e stragi.

Il passato di cui ci parla questa piazza bellissima, questo grandioso paesaggio urbano aperto verso il mare, verso i più lontani orizzonti, è soprattutto quello di una città che fu sempre straordinario luogo d'incontro e di dialogo fra popoli, culture, religioni: Trieste, centro felicissimo e fecondo di scambi culturali e commerciali, da secoli luogo di grande creatività artistica e letteraria e di operosità mercantile, fulcro non solo economico ma civile di un'area vastissima dell'Europa centrale.

Nella grande Unione Europea di oggi, patria comune di nazioni un tempo nemiche, oggi unite dagli stessi ideali, Trieste ritrova una collocazione e una identità cosmopolìta che già fu sua. Oggi Trieste è di nuovo simbolo di convivenza e di collaborazione fra i popoli.

Nel nuovo quadro istituzionale europeo Trieste appare punto di riferimento naturale e centro propulsore di iniziative nuove per lo sviluppo degli scambi e delle comunicazioni che deve coinvolgere, in un rinnovato sforzo comune, l'Austria, la Croazia, l'Italia e la Slovenia; per il completamento dei grandi corridoi europei necessari all'integrazione economica e politica dei nuovi Stati membri; per lo sviluppo di un sistema portuale integrato del Nord Adriatico, che divenga il naturale sbocco verso l'Oriente del vasto, operoso retroterra dell'Europa danubiana; per la collaborazione tra regioni e Stati ai fini di una comune crescita culturale e civile.

Istituzione simbolo del nuovo destino di Trieste è il polo scientifico triestino, che si articola in istituti di ricerca tra i più prestigiosi al mondo, in cui sono impegnati cinquemila ricercatori e oltre ottomila studenti.

Questi centri di ricerca, grazie a 40 anni di esperienza di lavoro con le comunità scientifiche del Terzo Mondo, contribuiscono alla realizzazione, nel quadro della globalizzazione, di un sempre più necessario partenariato tra il Nord e il Sud del Pianeta, tra l'Occidente e l'Oriente.

Espressione di questa vocazione mondiale della società triestina è la presenza a Duino di uno dei Collegi del Mondo Unito, che sollecita la maturazione, in giovani di tutte le nazionalità, di una comune cultura dell'amicizia, della solidarietà e dell'interscambio di esperienze, nel rispetto delle diverse eredità culturali.

Non più remoto avamposto di frontiera, ma anello di congiunzione fra l'Italia e una vasta regione della nuova Europa unita, aperta agli scambi col mondo, Trieste, fiera della antica pluralità della sua identità culturale, rinnoverà in questa sua funzione la sua vocazione internazionalista. Vi attende, cittadini di Trieste, ma dovete volerlo, una fioritura nuova, economica, culturale e civile.

Con questo spirito, vi esprimo i sentimenti di fiducia nel futuro della città, e della regione di cui capitale; con questo spirito l'Italia tutta guarda a Trieste, in questa giornata che ne ricorda il felice ricongiungimento con la madrepatria.

Viva l'Italia!

50° ANNIVERSARIO DEL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA: 4 NOVEMBRE
L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI TRIESTE FABIO SCOCCIMARRO
 NEL CORSO DELLA CERIMONIA SVOLTASI IN PIAZZA UNITA’ D’ITALIA.

"Signor Presidente della Repubblica, Onorevole Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Onorevole Ministro della Difesa, Autorità civili, militari e religiose, Signore e Signori.
in questa piazza, lo scorso 26 ottobre, pochi giorni fa, abbiamo celebrato il 50° anniversario della seconda Redenzione di Trieste. In quell’occasione, è stata conferita la Medaglia d’oro al valor civile alla memoria di sei triestini che nel novembre ’53 pagarono con la vita il desiderio di vedere questo territorio ricongiungersi con la patria.
Grazie a Lei, Signor Presidente, che ha accolto la richiesta della Lega Nazionale, Piero Addobbati, Erminio Bassa, Leonardo Manzi, Saverio Montano, Francesco Paglia e Antonio Zavadil saranno ricordati come gli ultimi eroi del Risorgimento Nazionale.
I triestini quindi vivono con entusiasmo la ricorrenza del 50° anniversario della riunificazione con l’Italia, entusiasmo però velato da un’ombra di tristezza per quei 350 mila connazionali che per poter affermare il loro diritto a continuare ad esserlo furono costretti ad abbandonare le loro case in Istria, a Fiume e in Dalmazia sotto l’incedere delle violenze del regime dittatoriale di Tito.
Le istituzioni triestine, a questo proposito, si stanno adoperando affinché vengano aggiunte ai testi scolastici questa ed altre pagine di storia volutamente dimenticate.
L’intenzione di trasmettere questa testimonianza alle nuove generazioni nasce dalla consapevolezza che soltanto chi preserva il proprio passato può essere protagonista del futuro.
E proprio le nuove generazioni cominciano a condividere quei valori che Lei Presidente Ciampi ha voluto fortemente riprendere, facendole sentire orgogliose di cantare l’inno nazionale e di raccogliersi attorno al tricolore, cosa che abbiamo potuto apprezzare qui a Trieste attraverso la moltitudine di bandiere che già durante l’Adunata Nazionale degli Alpini sono state esposte dalla nostra cittadinanza.
In occasione della mia visita al nostro contingente militare in Iraq, ho potuto osservare quello stesso orgoglio d’appartenenza all’Italia nei volti degli straordinari uomini e donne delle nostre Forze Armate.
A loro per tutto quello che hanno fatto e che continueranno a fare per la sicurezza locale ed internazionale voglio indirizzare un messaggio di sincera riconoscenza.
Proprio il nostro territorio che più di altri ha lottato e voluto fortemente l’Italia, è però consapevole delle opportunità che ci vengono offerte dalla nuova Europa all’interno della quale possiamo vantare di avere un’invidiabile posizione strategica.
Trieste deve quindi impegnarsi per il raggiungimento di traguardi quali il rilancio del Porto, l’alta velocità ferroviaria, l’ulteriore sviluppo delle istituzioni scientifiche e prima ancora in ordine di tempo l’assegnazione dell’Expò Internazionale del 2008.
A tal riguardo, Signor Presidente voglio esprimerle la gratitudine mia personale e della nostra gente per il Suo imprescindibile sostegno alla decisione del Consiglio dei Ministri di candidare Trieste a rappresentare l’Italia.
Sono convinto che sapremo raccogliere con successo questa come altre sfide.
Naturalmente, come ebbe modo di scrivere un grande poeta, Giosuè Carducci, toscano come Lei, Presidente Ciampi:CON L’ITALIA NEL CUORE!!"

50° ANNIVERSARIO DEL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA: 4 NOVEMBRE
L’INTERVENTO DEL SINDACO ROBERTO DIPIAZZA NEL CORSO DELLA CERIMONIA
 SVOLTASI IN PIAZZA UNITA’ D’ITALIA.

“Signor Presidente, signor Vicepresidente del Consiglio, onorevole Ministro della Difesa, Autorità religiose, civili e militari, la città vi dà il benvenuto in questa giornata di festa.
Signor Presidente, Trieste la saluta e calorosamente la ringrazia per aver voluto onorare con la sua presenza, questa data per noi così significativa.
Dopo 50 anni, così come fece il suo predecessore Luigi Einaudi, lei visita Trieste portando con sé il messaggio di valori dei quali la nostra città ha sempre voluto essere un esempio.
Civile convivenza, amore per la Patria e fratellanza hanno sempre trovato posto a Trieste, nonostante le tristi vicissitudini e le amare sofferenze alle quali è stata sottoposta.
Trieste ha pagato, più di ogni altra città in Italia, il suo essere a cavallo del confine tra due mondi. Trieste ha rischiato di essere travolta dallo scontro ideologico, correndo il pericolo di perdere la Madrepatria.
Con l’aiuto di tutti gli italiani, quello scoglio incontrato nel dopoguerra è stato superato, e con lo stesso aiuto sarà ora possibile liberarci dal fardello che per tanti anni ci ha impedito di crescere.
Signor Presidente, a nome della città intera la ringrazio per le Medaglie d’Oro che ha voluto conferire a chi è morto perché Trieste potesse continuare ad avere una sua identità.
Sappia, signor Presidente, che i riconoscimenti a Pietro Addobatti, Leonardo Manzi, Erminio Bassa, Saverio Montano, Antonio Zavadil e Francesco Paglia non sono soltanto una ricompensa morale per il loro sacrificio.
Per la nostra comunità sono un vero sostegno destinato a continuare il percorso di passaggio verso una nuova epoca, verso un avvenire condiviso.
L’Esodo delle genti italiane dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia è ancora per noi un amaro ricordo.
Ma anche se non è possibile dimenticare ciò che è accaduto durante e dopo l’ultima Guerra Mondiale - perché i ricordi sono parte della nostra anima - oggi più che mai il nostro sguardo è rivolto al futuro.
La fortunata coincidenza che ha voluto legare il Cinquantenario del ritorno dell’Italia a Trieste all’allargamento ad Est dell’Unione Europea, è stata letta da tutti noi come un segno del destino.
Quel destino che da sempre vede Trieste legata agli estremi di due mondi per i quali vuole fare da ponte.
Il peso dei ricordi ci ha frenato, la gravità delle sofferenze non ci ha permesso di crescere come avremmo voluto, come avremmo potuto fare.
Ma abbiamo imparato la lezione della storia. Già da qualche anno, aiutati da quanto sta accadendo anche nel resto della Nazione, stiamo scrivendo in modo più chiaro il nostro passato.
Solo così, con le radici nella memoria e il desiderio di superare gli antichi rancori, daremo concretezza al nostro progetto.
Per questi motivi la nostra attenzione è ora rivolta a ciò che sarà, perché la nostra posizione geografica sia letta come opportunità e non più come una condizione sfavorevole.
Il 1° maggio di quest’anno l’Europa è cresciuta, deve crescere ancora, ma ci troverà pronti – nel ruolo che ci compete – a sostenerla.
Con la firma della Costituzione europea la nostra casa comune è più completa, ma chi vive in queste terre sa bene che il traguardo da raggiungere non è dietro l’angolo e che gli ostacoli da superare non saranno pochi.
La nostra esperienza sarà utile per promuovere la civile convivenza, per offrire quell’entusiasmo necessario a scoprire nuove strade di collaborazione, per tentare nuovi itinerari di crescita e sviluppo.
Signor Presidente, Trieste più che mai intende accogliere l’invito che lei stesso ha rivolto alla Nazione per stringerci tutti assieme, collaborando alla ripresa economica.
Noi vogliamo far parte di questo sistema, noi vogliamo crescere ed essere protagonisti per aiutare il progresso.
Oggi con le Forze Armate – che tanta parte e merito ebbero in quell’occasione – orgogliosi della loro massiccia presenza, festeggiamo i 50 anni dal ritorno dell’Italia a Trieste.
Questa celebrazione segue una lunga serie di avvenimenti che ci ha regalato un anno indimenticabile, come meritava di essere.
Ma saranno gli appuntamenti che attendiamo con trepidazione ad accelerare la corsa verso la rinascita.
Tra poco più di un mese si deciderà in merito alla nostra candidatura per l’Esposizione Internazionale del 2008: un’occasione irripetibile per mettere mano sul futuro della città.
Il recupero del Porto Vecchio – che si estende proprio di fronte ai nostri occhi - e il rilancio della sua parte nuova devono essere, saranno, il sostegno principale per una nuova città.
Senza economia, senza benessere non c’è futuro concreto e durevole.
Signor Presidente, oggi noi vogliamo mostrarle una città che guarda avanti con il Porto e con la ricerca scientifica, una città pronta ad accogliere la caduta dell’ultimo confine.
Noi vogliamo che lei ricordi Trieste come una futura capitale d’area,
Signor Presidente noi vogliamo che ricordi una Trieste al centro dell’Europa.
Grazie Presidente.
Viva Trieste, viva le Forze Armate, Viva l’Italia!”.

50° ANNIVERSARIO DEL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA: 4 NOVEMBRE
L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE RICCARDO ILLY NEL CORSO DELLA CERIMONIA
 SVOLTASI IN PIAZZA UNITA’ D’ITALIA.

Ho l'onore di portare il saluto della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia in questa storica manifestazione per il Cinquantenario del ritorno di Trieste all'Italia. Ricordiamo oggi un giorno di grande festa di tutti i triestini e di tutti gli italiani per il ricongiungimento della città con la Patria, come ci hanno raccontato tanti protagonisti e testimoni di quegli eventi, tanti libri di storia e pagine di letteratura. In quelle giornate dell'autunno del 1954, lungamente attese, si mescolava alla gioia incontenibile per il ritorno del tricolore su San Giusto, la speranza di chiudere definitivamente uno dei più tragici periodi della storia europea, che si era consumato proprio qui, al confine orientale d'Italia, nei trent'anni precedenti.

A Trieste, con il tricolore, tornava infatti un'Italia molto diversa, l'Italia che aveva saputo fare i conti con il fascismo, l'Italia democratica e repubblicana uscita dalla Resistenza, che restituiva alla città la speranza di una pace finalmente duratura. Nel momento stesso in cui celebriamo il ritorno di Trieste all'Italia è dunque nostro dovere ricordare che qui, a Trieste e in Istria, i veleni ideologici dei nazionalismi e dei totalitarismi del XX secolo - fascismo, nazismo e comunismo - hanno scritto alcune delle pagine più feroci e tragiche della storia contemporanea: un fascismo precoce e virulento, che ha cancellato i diritti delle minoranze slave; gli eccidi nazisti della Risiera di San Sabba; la barbarie delle foibe; un comunismo che, in nome dell'ideologia, ha diviso gli italiani sul destino di queste terre; la perdita dell'Istria e l'esodo. Oggi, dunque, i festeggiamenti per il Cinquantenario del ricongiungimento di Trieste alla Patria devono essere anche l'occasione per rilanciare e approfondire la riflessione su quei capitoli della nostra storia che molti, in tutti questi anni, per interesse di parte o con il pretesto del realismo politico, hanno voluto dimenticare o distorcere.

Trieste è una città che deve continuare a riflettere sul suo tragico passato, costruendo un dialogo tra le sue varie componenti con spirito di verità e rispetto reciproco, proprio per guardare con maggiore consapevolezza al suo futuro. La ricorrenza del Cinquantenario del ritorno di Trieste all'Italia è coincisa, in questo 2004, con un evento di portata storica, l'allargamento dell'Unione europea ai Paesi del Centro e dell'Est. Un evento che ha vissuto nel maggio scorso proprio qui, a Trieste, città del dialogo e della convivenza alle porte della nuova Europa, uno dei suoi momenti culminanti. Nel momento in cui l'Europa si allarga, è importante perciò ricordare che nella storia di Trieste e del Friuli Venezia Giulia, che è l'unica regione italiana a confinare con i Paesi di nuovo ingresso nell'Unione, vi sono anche altre pagine a cui attingere. L'estremo lembo del Nord Est d'Italia è stata l'area in cui per secoli si sono incontrate, confrontate e contaminate le tre grandi civiltà dell'Europa: quella latina, quella germanica e quella slava. Il Friuli Venezia Giulia è una regione in cui convivono italiani, friulani, sloveni, tedeschi ed altre minoranze linguistiche. Trieste è una città in cui sono storicamente presenti numerose minoranze etniche e religiose e che è da sempre punto di riferimento per la nostra minoranza in Slovenia e Croazia, per gli italiani che hanno saputo conservare, con le loro radici, il segno della lingua, della cultura e della civiltà italiana in Istria e Dalmazia.

Trieste è una città che negli ultimi decenni, nelle sue istituzioni scientifiche internazionali, ha ospitato migliaia di studiosi provenienti da tutto il mondo, soprattutto dai Paesi in via di sviluppo. Consideriamo queste presenze come un'autentica ricchezza da valorizzare, consideriamo la minoranza slovena in Italia assieme a quella italiana in Istria strumenti di dialogo fra i popoli. Trieste e il Friuli Venezia Giulia, che hanno subito per un lungo periodo i condizionamenti del confine della Guerra fredda, oggi si trovano di nuovo in una posizione di centralità come era accaduto anche in altre e lontane epoche storiche, quella dell'impero romano e quella dell'impero multinazionale degli Asburgo. Per la sua storia e per il suo modello di convivenza, oggi il Friuli Venezia Giulia si pone come momento di raccordo culturale, civile, economico con i Paesi del Centro e dell'Est europeo.

L'Italia, Signor Presidente della Repubblica, può essere orgogliosa di questa città che molto ha ricevuto e che molto ha dato al Paese, di questa città che molto può dare oggi, con la sua capacità di essere protagonista, con le sue esperienze, con l'antica consuetudine alle relazioni internazionali e all'apertura culturale. Trieste è un patrimonio prezioso per l'Italia e per il futuro di tutta l'Europa'

50° ANNIVERSARIO DEL RITORNO DI TRIESTE ALL’ITALIA: 26 OTTOBRE
L’INTERVENTO DEL SINDACO ROBERTO DIPIAZZA NEL CORSO DELLA CERIMONIA
 SVOLTASI IN PIAZZA UNITA’ D’ITALIA.

Concittadini, signor ministro Gasparri, signor ministro Tremaglia ,militari del Piemonte Cavalleria e del San Giusto, oggi festeggiamo i 50 anni del ritorno dell’Italia a Trieste.

Un ritorno che la città aveva atteso già una volta nella sua storia, mai dimenticando però, di essere italiana.

I contrasti, le diverse appartenenze, le ideologie non erano mai riuscite - in realtà - ad offuscare l’immagine di una città legata alla Patria, di una Trieste che con ogni sforzo rifiutava un distacco che andava contro la sua natura.

Come un figlio soffre il distacco dalla madre, così Trieste, sempre nella sua storia, ha sofferto ogni tentativo di chi voleva portarla lontano dall’Italia.

Alle ferite della Guerra, mentre il resto della Madrepatria iniziava una difficile opera di ricostruzione, Trieste si vide aggiungere nove lunghi anni di interregno che, con il Governo Militare alleato, la tenne lontana dall’Italia ma protetta da chi voleva ingiustamente farla propria.

Oggi, a 50 anni di distanza, è difficile spiegare. Oggi a 50 anni di distanza non tutti possono comprendere a fondo.

Non tutti sanno che Trieste è rimasta italiana grazie al sacrificio di molti, grazie all’impegno di chi si è battuto perché il tricolore potesse ancora sventolare in cima al Castello di San Giusto, in cima al Municipio, qui nella splendida piazza che ricorda l’unità del nostro Paese.

Alla lenta opera di riconoscimento - nostro preciso dovere nei confronti delle nuove generazioni - si affiancano oggi le medaglie d’Oro che il nostro Presidente Ciampi ha voluto conferire in memoria di chi ha dato la vita per Trieste.

Pietro Addobatti, Leonardo Manzi, Erminio Bassa, Saverio Montano, Antonio Zavadil e Francesco Paglia hanno voluto portare avanti un concetto di libertà, un’idea di appartenenza che risiedeva e risiede nelle anime della maggior parte dei triestini.

Se il mio illustre predecessore, il sindaco Gianni Bartoli, rimase sicuramente amareggiato dal contrastato sentimento di felicità per il ritorno dell’Italia e di dolore per la mancata soluzione del problema delle terre italiane d’Istria, io oggi posso dirmi invece più soddisfatto.

Perché dopo cinquant’anni attesi per scrivere una pagina di storia, si sta finalmente rendendo giustizia a chi ha subito il torto di dover abbandonare la propria casa, il torto di non poter rimanere in Patria, il torto di non veder riconosciute le proprie sofferenze.

Le decine di migliaia di istriani, fiumani e dalmati, di giuliani, che dovettero abbandonare le loro terre per fuggire di fronte a minacce di morte, di fronte al pericolo di una vita di miseria e sopraffazione, restano per noi un doloroso ricordo.

Oggi, però, è la giornata giusta per ricordare anche chi è rimasto in quelle terre. In questi decenni di buio e di contrapposizione non è stato semplice aiutarli, ma non li abbiamo abbandonati e non li abbandoneremo mai.

Ora i confini stanno per cadere in modo definitivo e la pacifica convivenza tra culture ristabilirà gli equilibri che la storia ha voluto cancellare.

“La voce di San Giusto martire chiama a raccolta, a meditazione ed a sentimento di fraterna comprensione – scriveva il sindaco Bartoli – tutti coloro che amano Trieste e tendono a servirla ancora in diversi campi ideologici, ma col rispetto dei metodi democratici e dell’imperio di quel minimo di buona fede che deve animare il cuore di ogni onesto cittadino”.

L’invito resta attuale, ma la fatica della condivisione delle memorie, unita all’apprezzamento per chi ha saputo – seppur in ritardo – riconoscere i propri errori, ci rende ottimisti nei confronti del nostro futuro.

Noi tutti, senza divisioni preconcette, senza muri ideologici, oggi speriamo che la città concluda presto questa sua opera di chiarificazione e di superamento degli ostacoli, che per tanti anni ne hanno rallentato il cammino.

Il benessere economico, una buona qualità della vita sono elementi imprescindibili per dare forma a quella città che noi tutti vogliamo.

Trieste ha oggi tutte le premesse per diventare ciò che si merita di essere: un’importante capitale d’area che sfrutta quella posizione geografica fonte in passato di tanta sofferenza.

Trieste è al centro della nuova Europa, Trieste vuole vivere da protagonista l’allargamento ad Est, con il rilancio del Porto, con una nuova economia basata su servizi e turismo. Ricordando il passato solo per non commettere nuovi errori.

Del nostro passato, ma con lo sguardo orgogliosamente rivolto al futuro, fanno parte anche i nostri militari del Reggimento Piemonte Cavalleria e del Primo Reggimento San Giusto.

Proprio perché essi ben rappresentano il legame con ciò che è stato ma anche un nuovo modo di vedere ciò che sarà, abbiamo voluto in quest’occasione onorarci della loro presenza e conferire loro la cittadinanza onoraria.

Concittadini, possa questa giornata segnare l’inizio di una nuova stagione per Trieste, di un futuro migliore per noi e per i nostri figli. Possa la storia restituirci ciò che nel passato ha voluto toglierci.

Viva l’esercito, viva Trieste, viva l’Italia

Ci è pervenuto un messaggio di S.A.R. Amedeo di Savoia Aosta ( socio delle Lega Nazionale !) indirizzato ai cittadini di Trieste in occasione del 50° anniversario del ritorno della città all'Italia. Siamo lieti di proporne il testo integrale:

Triestini!

Cinquant'anni fa Trieste ritornava all'Italia. Celebrare questa data, com'è scritto nel manifesto celebrativo del Comune "non è prevaricazione nazionalistica, ma semplicemente rispetto per la storia, la cultura, i sentimenti di un popolo."

Una storia di dolore e gloria che ha segnato il nostro Risorgimento sino ai Caduti nelle prima guerra mondiale, centomila dei quali riposano a Redipuglia con mio nonno, Emanuele Filiberto, il comandante della III Armata. Ma poi, alla guerra vinta, seguì quella perduta. Con le tremende ingiustizie patite dai triestini dopo il 30 aprile 1945 in un'alternanza di violenze e barlumi di speranze: nove anni che hanno conosciuto l'orrore delle foibe, l'esodo di trecentomila istriani, fiumani, dalmati, scacciati dalle loro terre, tragicamente conclusi nell'eccidio dei sei "ragazzi del '53" uccisi dalle forze di occupazione Alleate, mentre manifestavano chiedendo di veder esposto il Tricolore in Municipio. Morti per rivendicare nella bandiera il simbolo di un'identità nazionale e un radicato sentimento di amor di Patria.

Un anno dopo la città ritornava all'Italia. Era un martedì, cinquant'anni fa come oggi. Le cronache ci raccontano che, nonostante la pioggia e la bora, sin dall'alba del 26 ottobre 1954 i triestini erano nelle strade ad accogliere i nostri soldati che arrivavano a Duino: la gente piangeva, cantava, rideva, cercò di portarsi a casa un ricordo di quella straordinaria giornata, strappando ai militari mostrine, bottoni della giubba, piume dai berretti.... E quando attraccarono al molo l'incrociatore Duca degli Abruzzi e i tre caccia di scorta anche i marinai vennero gioiosamente "aggrediti". Fu una festa liberatoria. La gente usciva da un incubo in tripudio di tricolori.

Lo stesso con cui mi auguro possa venir festeggiato, adesso come allora, quel momento memorabile. E non solo a Trieste, una città riunita all'Italia nel 1918 dalla Monarchia Sabauda e ritornata alla madre patria nel 1954 con la Repubblica. In una memoria condivisa.

San Rocco 22.10.2004

Amedeo di Savoia

1946: gli slavocomunisti cercano di bloccare con la violenza la carovana del Giro diretta a Trieste: un gruppo di 15 corridori forza il blocco. Tra due ali di folla e lo sventolio del tricolore il triestino Cottur conduce il giro d'onore sino all'arrivo.

…Di tutto questo dà insospettabile prova lo scrittore Giovanna Padoan, il partigiano Vanni di fede comunista, nella più volte citata opera "Un'epopea partigiana alla frontiera tra due mondi". Egli ci offre sull'episodio dei Giro d'Italia una testimonianza che vale la pena di riportare.
"Il 30 giugno al momento dell'arrivo dei giro ciclistico d'Italia al ponte di Pieris, su consiglio dei dirigente sloveno Franc Stoka, i comunisti di quella sezione bloccarono il giro che si doveva portare a Trieste. Franc Stoka, allora uno dei massimi dirigenti dei Pcrg a Trieste, si recò a Monfalcone a chiedere ai comunisti di quella sezione che impedissero il passaggio dei Giro d'Italia. Questi comprendendo l'enormità della richiesta, si rifiutarono recisamente di attuare una azione cosi dissennata. Non rinunciando al suo progetto, lo Stoka si recò a Pieris e qui, purtroppo, i comunisti locali aderirono all'invito che venne messo in atto e che, come è noto provocò stupore e reazione anche in ambienti non nazionalisti che, in un clima già arroventato e scosso dai conflitti sociali e scontri di piazza quasi quotidiani (non si dimentichi che siamo nel giugno?luglio 1946), sfociò nelle violenze squadriste a Trieste e in uno sciopero ben noto di carattere antislavo e anticomunista e questa volta con il consenso di molta gente che prima era rimasta neutrale".

In definitiva, il primo Giro d'Italia dei dopoguerra, terminò a Pieris. I corridori non vollero più procedere, perché mancavano le condizioni di sicurezza. Lo sport più popolare d'Italia, che sapeva infiammare gli italiani e metterli al di sopra delle parti, era stato tradito dall'atto insano degli slavotitini. Le cronache del tempo ci riferiscono che lo stesso Bartali, sollecitato ad intervenire presso gli altri corridori perché si proseguisse alla volta di Trieste, si uniformò alla volontà dei più. Fu così che il grosso della carovana si mosse alla volta di Udine. Solo una quindicina di corridori decise di non arrendersi e di proseguire sino al traguardo di Montebello. Tra questi vi era anche il nostro Cottur. I quindici "girini" furono fatti salire su alcune automobili della carovana e dirottati lungo una strada diversa da quella prevista. Ma anche questa era stata cosparsa di chiodi dall'odio sciocco e brutale dei malintenzionati, sicchè la carovana dovette procedere con molta lentezza. Essa potè proseguire grazie ai molti sportivi locali che fecero il possibile per rimuovere chiodi, filo spinato, vetri ed altri ostacoli. Al bivio di Miramare questi corridori rimontarono in sella e i numerosi bagnanti lungo la scogliera li accolsero facendo siepe attorno a loro, applaudendoli vivacemente. A Barcola già sventolavano le prime bandiere tricolori. Il centro cittadino, dopo aver appreso la notizia dell'inaudito gesto, aveva reagito riversandosi per le vie e imbandierando le finestre. Circa alle 15 iniziarono a sopraggiungere le prime macchine al seguito della sparuta pattuglia dei superstiti. Nonostante l'ora meridiana e la calura estiva, ali di folla si strinsero intorno a loro. Ovunque la folla inneggiava l'Italia.

Giunti all'ippodromo, i corridori vollero che fosse proprio il triestino Cottur, davanti a migliaia di spettatori, a compiere il giro d'onore. Il risultato sportivo non contava più nulla, ma ancora una volta fu importante l'attaccamento dei triestini all'Italia. Tutti i giornali nazionali, all'epoca dei fatti, riportando la notizia rilevarono che la misura era colma. Il significato politico e morale, di quel avvenimento può essere riassunto nella dichiarazione semplice e spontanea rilasciata dal corridore torinese Giacometti, del Fronte della Gioventù (all'epoca dei fatti questa era la denominazione dell'organizzazione giovanile dei Partito comunista italiano). Questi, mostrando ai giornalisti un pezzetto di ferro a più punte, da reticolato, uno dei tanti cosparsi lungo la strada , disse: "Lo porto a casa per far vedere agli amici di che sono capaci gli slavocomunisti"

Testo tratto da "Trieste:l'altra faccia della storia. 1943-1953"
di Alfio Morelli

LXXXVII GIRO D'ITALIA
Trieste si tinge di rosa e di tricolore


Ci sono fatti, persone e avvenimenti che riescono a far sentire un Paese unito e accomunato. Tra questi sicuramente va annoverato il Giro d'Italia. Le sue prime cronache, rigorosamente radiofoniche parlavano di luoghi, che da un estremo all'altro della penisola risultavano spesso ignoti per gli occhi di chi ascoltava ma che sapeva che si parlava d'Italia; ad essere attraversate erano le grandi città o molto più spesso piccoli Paesi, delle Alpi come delle coste meridionali, ed è suggestivo pensare che nell'anno del cinquantesimo anniversario dei ritorno all'Italia Trieste venga attraversata da questa competizione per ben tre volte, quasi a voler passare più e più volte quel tratto tricolore su questa città. Ancora più emozionante perché per la corsa "rosa" è la prima volta passare nella stesso luogo per tre volte in una sola edizione.

Andiamo per ordine. La sera dei 21 maggio 2004 la carovana dei giro arriverà in trasferimento nel capoluogo giuliano, dove il giorno seguente si svolgerà la tappa a cronometro. Alcune particolarità: quella di Trieste sarà unica crono - tappa di questa edizione. 53 km di circuito tutt'altro che pianeggianti come solitamente accade nelle "cronometro", che si snoderanno a partire da Piazza Unità lungo un percorso davvero spettacolare per i luoghi attraversati e per la difficoltà di alcuni tratti. Paesaggi di notevole bellezza, da quelli cittadini a quelli carsici, strappi in salita, come quello che da strada dei Friuli condurrà i corridori a Prosecco, o come il quasi certo Gran Premio della Montagna che avrà il suo traguardo a Sagrado del Carso, metteranno alla prova le gambe degli atleti che il 22 maggio avranno alle spalle già tre settimane di gara. Storia, sport, bellezze naturali e architettoniche, tutti elementi che preannunciano un grande avvenimento sportivo e mediatico. La carovana dei Giro infatti approderà in città con un "organico" di 1200 persone. Tra queste sono annunciati tra i 250 e i 300 giornalisti accreditati, che avranno il loro quartier generale ai piano terra della Stazione Marittima, davanti alla quale sarà situato un tendone fisso che la Rai userà per i suoi collegamenti nonché per le sue trasmissioni di approfondimento sulla gara.
Vetrina di non poco conto per Trieste, che per diversi giorni sarà al centro di questa manifestazione . Il 23 maggio, sarà infatti ancora il capoluogo giuliano il punto dì partenza della tappa successiva che si sposterà oltre confine per giungere in quei luoghi, l'Arena di Pola prima, Parenzo il giorno dopo, che almeno idealmente in quei giorni saranno riuniti al resto d'Italia e degli italiani nei festeggiamenti dei ritorno che la Giustizia avrebbe voluto vedere anche per essi.
Il 24 maggio la corsa ciclistica infatti si trasferirà nei comune istriano dove sarà situata la partenza della tappa fino a S.Vendemiano, per raggiungere la quale, punto obbligato di passaggio sarà ancora una volta Trieste e la sua strada costiera.
Tre giorni dunque per onorare il cinquantesimo anniversario dei ritorno all'Italia che il patron dei giro l'ing.Castellano, portato più di un anno fa in loco dall'allora assessore alla cultura Roberto Menia e dal direttore dell'AIAT, oltreché del Comitato di tappa, Franco Bandelli, ha voluto regalare a questa città e crediamo, per lo spettacolo che verrà offerto, a tutti gli italiani.

Arturo Governa

Il Piave mormorava
calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il 24 maggio:
l'esercito marciava
per raggiunger la frontiera
e far contro il nemico una barriera....
Muti passaron quella notte e fanti
tacere bisognava e andare avanti!
S'udiva intanto dalle amate sponde,
sommesso e lieve il tripudiar dell’onde
Era un presagio dolce e lusinghiero
il Piave mormorò:
"Non passa lo straniero!"

Ma in una notte trista
si parlò di tradimento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento
Ahi quanta gente ha vista
venir giù lasciare il tetto
per l'onta consumata a Caporetto
Profughi ovunque! Dai lontani monti
venivano a gremir tutti ponti
S'udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l'onde:
come un singhiozzo in quell'autunno nero
Il Piave mormorò :
"Ritorna lo straniero!"

E ritornò il nemico
per l'orgoglio e per la fame:
volea sfogar tutte le sue brame
vedeva il piano aprico
di lassù voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora
"No" disse il Piave "No" i fanti
"Mai più il nemico faccia un passo avanti!"
Si vide il Piave rigonfiar le sponde!
E come i fanti combattevan l'onde
Rosso del sangue del nemico altero
Il Piave comandò:
"Indietro va straniero!"

Indietreggiò il nemico
fino a Trieste, fino a Trento
e la Vittoria sciolse le ali al vento
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti
infranse alfin l'italico valore
le forche e l'armi dell'impiccatore

Sicure l'Alpi libere le sponde
Tacque il Piave e si placaron l'onde
Sul patrio suolo, vinti i torvi imperi
la pace non trovò
NE OPPRESSI NE STRANIERI

Possono apparire incongrui e quasi surrealistici i riti degli Alpini - cori, preghiere, feste, bevute, rimembranze di naja - compiuti a migliaia di chilometri di distanza dall'arco alpino, da gente in su con gli anni, trapiantata in un'altra terra. Si sarebbe quasi tentati di sorridere di fronte alla tenacia di queste memorie guerriere nei figli montanari di un paese invece pacifista, che al cinema ha fatto del "Tutti a casa!" il grido di raccolta delle sue truppe allo sbando. Si potrebbe provare un moto di
scetticismo, solo non conoscendo la profondità dei sentimenti che albergano nel cuore di tutti gli Alpini, e in particolare di questi, che, a migliaia di chilometri di distanza dalla madrepatria, celebrano con il vino, la grappa e i canti, le antiche memorie di un paese dopotutto straordinario.
Il mito delle Penne Nere, in Italia e all'estero, è al centro di un culto nello stesso tempo sacro e profano, celebrante un'Italia schietta, leale, tenace che è l'esatta antitesi di quel Italia pressapochista, esibizionistica, rumorosa, cialtrona che i mass media ogni giorno ci propongono, e che nei viaggi di ritorno mette ogni volta a dura prova, in noi emigrati, il nostro pur forte senso della patria. L'Italia del Cuore di De Amicis, come anche quella del Piccolo Alpino di Salvator Gotta, è un'Italia ufficialmente abolita. Abolita perché giudicata retorica da chi si gargarizza con le frasi alla moda e con gli slogan progressisti della retorica contemporanea.
L'essenza più profonda di questo straordinario attaccamento al corpo degli Alpini sono la terra, i valori montanari, il culto delle tradizioni, l'amore della natura, ed una sana gioia di vivere. La geografia non è solo materia ma è spirito. Le montagne, i picchi, le valli, la flora, le marce, il vento, i
canti, lo sforzo marcano per sempre l'anima di un giovane uomo che si apre alla vita, pronto al dono di sé, amante delle cose semplici, fedele alle memorie familiari e del villaggio. Egli così resterà legato per sempre ai commilitoni con cui ha frequentato questa magnifica scuola di valori.
Io ho trovato l'odore buono di quest'Italia antica nella Casa del Veneto, in occasione di un incontro organizzato per celebrare quei quattro o cinque commilitoni della Sezione Alpini di Montréal che combatterono nella seconda guerra mondiale, e che sono ancora, pur se un po' oscillanti, sulla breccia. E non ho notato negli Alpini di Montréal i segni dell'amarezza o della delusione, nonostante i tanti anni trascorsi in Canada. Ho trovato anzi, in tutti quelli con cui ho parlato, senso pratico, avvedutezza, tranquillità di spirito. Il rapporto con la terra è stato, qui in Canada, sublimato nei riti
dell'orto, del vino fatto in casa, dello chalet al nord e della scampagnata con gli altri Alpini. I viaggi in Italia hanno racquetato l'ansia del distacco. I figli nati qui hanno permesso di approfondire il legame con la terra adottiva.
Ho trovato, dicevo, questo buon odore di sentimenti, e ho provato serenità, conversando con le Penne Nere al mio tavolo. Ho ascoltato con interesse le loro storie. Alla base di ogni partenza verso l'estero vi furono il disastro della guerra e le ristrettezze del dopoguerra. Ettore Morganti, ex presidente degli Alpini, partì da un paesino meraviglioso, a due passi dalla Svizzera: Griante. La partenza fu da Bassano del Grappa per Alfredo Lazzarotto, con il quale ho conversato lungamente. Erano anche ospiti degli Alpini un paracadutista della Folgore, l'insegnante Giuseppe Tomaselli, e un
bersagliere, il geologo Riccardo Bonaccio, originario d'Ivrea La sezione di Montreal, sorta nel 1954, è la più antica del Nord America. Il suo attuale presidente è Ferdinando Bisinella. L'adunata nazionale si svolgerà quest'anno in maggio a Trieste. Da Montréal vi parteciperanno 4 o 5 Penne Nere. La Sezione Alpini di Montréal non è mai mancata a questo appuntamento, e non potrà mancare. Dopotutto i viaggi più lunghi sono quelli che rendono i ritorni più dolci. Andando via dalla Casa del Veneto, ho voluto sapere da Bonfiglio Olmi, questo novantenne reduce della campagna di Russia, cosa fa sì che un uomo si trasformi, ad un certo momento della sua vita, in un Alpino per sempre. Mi ha risposto semplicemente di non saperlo, perché "io sono nato Alpino".


Claudio Antonelli (Montréal, Canada)

 

Nella foto:
Monumento ai Caduti a Montreal
Il monumento sorge nel giardinetto sul lato sinistro della chiesa italiana della
Madonna di Pompei,
2875 rue Sauve' Est, Montreal,
all'angolo con il Blvd. St. Michel.
Fu inaugurato il 4 luglio 1976.
Progetto: Bonetti - Tonagli

Pagina 1 di 3

Libri, DVD e gadget

Se volete avere libri, DVD e gadget della Lega Nazionale

cliccate QUI 

Ultima novità:

Per un grande amore 

I Giovani della Lega nazionale

 

 

Vuoi partecipare alle nostre attività? Vuoi collaborare con la Lega nazionale? Ha i voglia di portarci le tue idee, di mettere a frutto le tue capacità?

 

carto3pic

 

Il gruppo Giovani (18 ai 35 anni) si incontra

presso la sede di Via Donota 2

scrivici o chiamaci!