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A Bologna il treno degli esuli fu preso a sassate

Era una fredda domenica, quella dei 16 febbraio dei '47, quando da Pola s'imbarcò con i sacchi, le pentole, le ultime lenzuola e un piccolo tricolore il quarto convoglio marittimo di esuli. Qualcuno aveva voluto portare con sé le ossa dei morti. Tutti avevano gli occhi rivolti alla città che sempre più rimpiccioliva. "Era come voler trattenere dentro l'incomparabile visione della nostra cittadina. Nessuno poteva immaginare quello che ci attendeva in madrepatria".

A ricordarlo è uno di quei profughi, Lino Vivoda, allora quindicenne, che s'era imbarcato con i genitori sul piroscafo "Toscana". Una delle tante storie di addio a una terra amata e cancellata per sempre vissuta da chi, a guerra finita, scelse l'esilio per continuare a sentirsi italiano. "Ad Ancona l'impatto fu tremendo. C'era un cordone dell'esercito a proteggerci e tanta gente che scendeva dalla parte alta della città. Noi, dal ponte della nave, agitavamo le mani in segno di saluto, con le bandiere al collo, anche perché faceva freddo, nevicava. E loro rispondevano col pugno chiuso". Possibile che nessuno la pensasse diversamente. che non sentisse fratelli quei "veneti di la de mar"? Uno episodio, toccante ci fu. "Da quella folla vennero fuori in tre, due con la fisarmonica, e cominciarono a cantare vecchie canzoni istriane. Erano esuli pure loro, accettati per aver combattuto a fianco dei partigiani. Una scena commovente che un po' ci rincuorò. Anche chi ci insultava per un po' smise.

Da lì partimmo con un lungo treno di vagoni merci la sera di lunedì 17 febbraio, sdraiati sulla paglia, attraverso l'Italia semisepolta dalla neve. Dopo innumerevoli soste in stazioncine secondarie arrivammo a Bologna. Era martedì, poco dopo mezzogiorno. La Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato un pasto caldo, atteso soprattutto dai bambini e dai più anziani". Ma dai microfoni "rossi" una voce gridò: "Se i profughi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione". Poco prima il convoglio, che i ferrovieri chiamavano il "treno dei fascisti", era stato preso a sassate da un gruppo di giovanissimi che sventolavano le bandiere con la falce e il martello. Ci fu perfino chi, per eccesso di zelo, versò sui binari il latte destinato ai bambini già in grave stato di disidratazione.

Il treno scomparve nella nebbia con il suo carico di delusione e di fame: la meta finale sarebbe stata una caserma di La Spezia. I pasti della Poa nel frattempo vennero trasportati a Parma con automezzi dell'esercito e distribuiti dalle crocerossine. "Vi giungemmo a tarda sera, la gente potè rifocillarsi dopo 24 ore di viaggio. C'erano tanti poveri tra noi, ma per i comunisti i poveri non avevano neanche il diritto di essere poveri". A inquadrare la drammatica vicenda del "treno della vergogna" in un contesto storico più ampio è Guido Rumici, goriziano, ricercatore di Storia ed economia regionale, autore di "Infoibati", "Fratelli d'Istria" e "Istria cinquant'anni dopo il grande esodo" per i tipi di Mursia. "Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l'ignoranza dei veri motivi che avevano causato l'esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un'intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l'accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall'Istria e da Fiume perché troppo coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di tremila partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all'esodo".

C'era chi istigava all'odio anche dalle colonne dei giornali. "Tommaso Giglio che allora scriveva per l'edizione milanese dell'Unità e che poi diresse l'Espresso, in quei giorni firmò tre articoli . In uno titolò "Chissà dove finirà il treno dei fascisti?"". Bruno Saggini, fiumano, residente a Bologna, unica città italiana in cui, fino a pochi anni fa, non esisteva una sola via dedicata all'Istria e alla tragedia dell'esodo, sottolinea la forte valenza ideologica di episodi come quello dei treno. "Gli attivisti di sinistra non capivano che gli italiani abbandonavano in massa le loro terre d'Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla snazionalizzante dittatura slavocomunista. Chi aveva fatto questa scelta doveva per forza essere etichettato come fascista".

articolo di Gian Aldo Traversi
tratto da "Dossier" suppl.del Quotidiano Nazionale
settembre 2004 "Il tricolore a Trieste"

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.


"Animato da profonda passione e spirito patriottico, partecipava ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed amor patrio, spinti sino all'estremo sacrificio"


Claudio BURLA - 5 maggio 1945

Giovanna DRASSICH - 5 maggio 1945

Graziano NOVELLI - 5 maggio 1945

Mirano SANCIN - 5 maggio 1945

Carlo MURRA - 5 maggio 1945

Emilio BELTRAMINI 3 novembre 1945

Alino CONESTABO - 15 settembre 1947


- Caduti per l'Italia e per la Libertà

- 5 maggio 1945: Caduti per la libertà

- 5 maggio 1945: a Trieste si moriva per l’Italia

- Caduti di Via Imbriani: ricostruzione storica

- Un atto di Giustizia fortemente voluto dalla Lega Nazionale



le foto dei Caduti

Medaglia d'Oro: comunicato stampa della Lega Nazionale

La richiesta della Medaglia

Lettera alla Lega Nazionale dai fratelli di Alino Conestabo

 Lettera di ringraziamento al Presidente Ciampi

5 maggio 2006: discorso del Sindaco Roberto Dipiazza
 

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.

Quella mattina di 59 anni fa, finito il coprifuoco (che durava fino alle 10), un drappello non certo cospicuo di donne, bambini, operai e tramvieri fu fatto dirigere dal nuovo potere costituito verso piazza Unità per manifestare, con tanto di bandiere e cartelli, a favore della Jugoslavia, oltre che della "Fratellanza italo-slovena".
Per reazione una passante sventolò vicino all'Hotel de la Ville un tricolore italiano davanti ad alcuni soldati neozelandesi. Uno di questi afferrò la bandiera, la sventolò e se la legò al collo. Alcuni passanti, presi dall'entusiasmo per questo inatteso gesto, portarono il milite in spalla fin sotto la prefettura e il municipio e poi tornarono davanti all'Hotel de la Ville, che pochi giorni prima era stato requisito dagli jugoslavi dopo l'allontanamento dei tedeschi. Un ufficiale titino uscì dall'edificio e si pose sulla scaletta di un camioncino sottratto ai tedeschi chiedendo alla gente lì radunata che cosa volesse. La risposta pare sia stata "Italia, Italia". Intimorito sia dalla chiarezza della risposta sia dal numero crescente di manifestanti, l'ufficiale pare abbia sostenuto che Tito non voleva Trieste, ma solo il benessere della città.
Incurante, la folla proseguì verso piazza Tommaseo. Una parte continuò per piazza della Borsa e per corso Italia, un'altra risalì per via San Nicolò e, all'altezza di via Roma, via San Spiridione e via Dante, confluì nel folto corteo che spontaneamente si era formato. Diffusasi infatti la notizia della bandiera italiana "presa in carico" da un soldato neozelandese, erano cominciate ad affluire in zona sempre più persone. Alle finestre di casa molti esposero i tricolori italiani,
alcuni ancora con lo stemma sabaudo, altri con un buco in mezzo. Delle bandiere vennero anche lanciate dalle finestre ai dimostranti, che le presero e le sventolarono ben volentieri in un clima di festa e di ritrovata libertà.
Nel frattempo il piccolo corteo filo-titino si era ben che dileguato.
Una volta che il corteo ebbe raggiunto piazza Goldoni, ci fu chi propose di andare a San Giusto, ma il capitano in congedo
Bruno Gallico "contropropose" di recarsi al sacrario di Oberdan. Cantando "Fratelli d'Italia", migliaia di manifestanti (c'è chi ha detto addirittura 50mila) tornarono in corso e girarono alcuni per via Imbriani, altri per via Dante. La polizia titina, fortemente preoccupata, prima tentò invano di disperdere i manifestanti, poi sparò sulla folla tra corso Italia e via Imbriani uccidendo Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli, Mirano Sancin e ferendo altre dieci persone, che furono ricoverate all'Ospedale Maggiore.
Anche le bandiere italiane ai balconi furono crivellate di colpi.
I manifestanti, presi dal panico, cercarono di mettersi in salvo, ma il caos e la paura provocarono ulteriori ferimenti. I miliziani titoisti corsero dietro a chiunque si trovasse a tiro, persino dentro gli edifici privati. Del resto non riconoscevano certo la proprietà privata... Alcuni salirono sui tetti per meglio controllare la situazione. Nel frattempo i prelevamenti di italiani a scopo di arresto, deportazione o infoibamento si accentuarono.
Il comandante delle truppe neozelandesi di stanza in città, generale Freyberg, convocò la sera stessa nel palazzo del Lloyd alcuni ufficiali sia jugoslavi sia neozelandesi minacciando un intervento armato nel caso fossero sopraggiunte altre truppe con la stella rossa. Ovviamente il generale informò i sui superiori di quanto era accaduto. Pare sia stato proprio questo sollecito di Freyberg a smuovere gli alti comandi anglo-americani, che fino ad allora avevano nicchiato.
L'esito fu per intanto che le autorità jugoslave di occupazione, presentatesi il 3 maggio in qualità di Comando supremo
della Slovenia che aveva proclamato lo "stato di guerra" (!!!), cominciarono a parlare di Settima Federativa: magra consolazione, si dirà... Il giorno successivo, coprendosi di ridicolo, fecero pubblicare su "Il nostro avvenire" un articolo in
cui attribuivano la colpa della strage ai fascisti e alla Gestapo, che avrebbero sobillato e organizzato la folla.
Facciamo presente che tanto i fascisti quanto i nazisti si erano dileguati da Trieste prima del 30 aprile, lasciando che
a combattere contro i volontari della libertà e i titini fossero essenzialmente i soldati della marina da guerra tedesca. Ma
ormai il 5 maggio i combattimenti in tutta la Venezia Giulia erano terminati. Per giunta i dimostranti italiani non erano
armati se non di qualche bandiera e di tanta speranza. La loro falcidie fu dunque assolutamente gratuita.
Purtroppo la notizia della strage non ebbe vasta eco in Italia, dove il governo e i partiti del Cln, evidentemente ben "consigliati" dagli anglo-americani e dai russi, non avevano interesse a creare un "caso Trieste" nel momento in cui sull'Europa stava calando la "cortina di ferro". Né alla "stampa libera" importava molto della faccenda...
Eppure i tragici eventi del 5 maggio 1945 davano un quadro molto preciso della situazione: la città era occupata da
truppe straniere, che non esitavano a sparare sulla folla straripante che osava manifestare pacificamente e gioiosamente
la sua volontà di tornare all'Italia. Ma forse in Italia l'ordine del nuovo potere ciellenistico era di dimenticare questi sventurati e ingenui fratelli in previsione della rinuncia a quei territori...



articolo di Paolo Radivo tratto da [TriesteOggi] del 6 maggio 2004

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.


MEDAGLIA D’ORO AI CADUTI PER LA LIBERTA’ E L’ITALIANITA’ DI TRIESTE

Proponiamo il testo della lettera pervenuta al Presidente della Lega Nazionale, avv. Paolo Sardos Albertini, dai fratelli di Alino Conestabo:


Egregio Presidente,

abbiamo appreso dagli organi di stampa che il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha concesso la Medaglia d'Oro al Merito Civile a nostro fratello, Alino Conestabo, insieme ad altri sei triestini che furono uccisi nel corso di alcune delle tante manifestazioni per l'italianità di Trieste che si svolsero nella nostra città nell'immediato dopoguerra.

La morte di Alino, che aveva soltanto 19 anni e tutta un'esistenza davanti a sè, ha segnato una tragedia insuperabile per la nostra famiglia, e soprattutto per nostra madre Clide, che ha portato nel cuore fino all'ultimo giorno della sua vita il peso ed il dolore per la perdita del figlio che le fu strappato in maniera così tragica ed inaspettata.

Desideriamo quindi ringraziare di cuore Lei e tutti quanti, Amministratori pubblici e privati cittadini, che si sono adoperati per far avere ad Alino questo riconoscimento, per il quale ci sentiamo onorati e commossi.

Voglia accettare i nostri saluti ed i sensi della nostra stima.

VITTORIO, LILIANA E MARIO CONESTABO

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.

 

MEDAGLIA D’ORO AI CADUTI PER LA LIBERTA’ E L’ITALIANITA’ DI TRIESTE

Proponiamo il testo della lettera inviata dalla Lega Nazionale al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi:


Signor Presidente,

il Prefetto di Trieste, S.E. Annamaria Sorge, mi ha comunicato che era stata da Lei accolta la richiesta della Lega Nazionale, e del Comune di Trieste, di conferire la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria dei Caduti triestini del 5 maggio ’45 e delle giornate successive.

E’ con animo profondamente commosso che desidero esprimerLe il ringraziamento più sincero, mio personale, della Lega Nazionale, di tutta la Città di San Giusto per questa Sua ulteriore dimostrazione di attenzione e di sensibilità per le vicende, per la storia , per i drammi di queste terre.

L’onore che con questo atto Lei ha voluto rendere a questi Caduti va in qualche modo a completare l’analogo riconoscimento da Lei concesso ai Caduti del ’53, nonchè la legge istitutiva della Giornata del Ricordo, approvata pressoché all’unanimità dal Parlamento Italiano: il tutto a recupero di una memoria storica che per troppo tempo era stata ignorata ed a compimento di un atto di giustizia e di pietà che costituisce la premessa migliore per guardare al futuro con animo rasserenato.

La Lega Nazionale si sente pienamente impegnata ad operare, sempre più, in tale prospettiva di serenità e di concordia, memore del mandato di uno dei suoi primi presidenti, Riccardo Pitteri, il quale ancora ai tempi del dominio austriaco, agli inizi dello scorso secolo, ebbe a dichiarare: “Dalla Lega Nazionale non è mai uscita una sola parola d’odio, ma solo mille parole d’amore”.

E’ anche come segno di gratitudine nei Suoi confronti, signor Presidente, che mi sento di rinnovare solennemente tale impegno.

Con rinnovata fiducia e gratitudine, Le invio i più distinti ossequi



Trieste, 27 marzo 2006

Il Presidente della Lega Nazionale - avv. Paolo Sardos Albertini

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.


Cinque maggio 1945, da pochi giorni le truppe slavo comuniste del maresciallo Tito controllano la città. La paura sta già dilagando, persone scompaiono nottetempo e non fanno più ritorno. In realtà nei dintorni della città è ormai in funzione la tragica macchina delle Foibe: il prelevamento, le percosse a sangue, poi caricati su un camion con ignota destinazione, i polsi legati con il filo di ferro e, spesso ancora vivi, giù nelle nere voragini del Carso.

E’ in questo contesto che in quella giornata di maggio di sessantuno anni fa, in forma assolutamente spontanea, avanti all’Hotel de la Ville, prende vita una manifestazione: un Tricolore e, dietro, migliaia di Triestini uniti da una sola invocazione “Italia! Italia! Italia!”

Il corteo risale in modo assolutamente pacifico il Corso, raggiunge piazza Goldoni. Miliziani con la stella rossa escono dall’atrio di Palazzo Diana nel mentre altri si dispongono a terra in Corso in posizione di tiro e viene aperto il fuoco. Decina rimangono feriti, alcuni perdono la vita: uno studente di 21 anni, Claudio Burla, ed uno diciottenne, Carlo Murra, un giovane ventiseienne, Mirano Sancin ed il trentenne Graziano Novelli; Giovanna Drastiche muore nello stesso giorno all’Ospedale sempre per una ferita d’arma da fuoco. Al loro sacrificio fa seguito, in epoca di poco successiva, quello di Emilio Beltramini, , ed di Alino Conestabo, : anch’essi assassinati perchè colpevoli di invocare Italia e Libertà.

La Lega Nazionale, con una lettera del 4 maggio 2005, si era rivolta al Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, chiedendo che lo Stato Italiano volesse onorare la memoria di questi Triestini che “sacrificarono la propria vita perché la nostra città potesse veder rispettata la propria libera scelta di essere e di restare italiana, ma anche perché potesse coronarsi quel bisogno di tutta la Nazione italiana di ritrovare l’unità nazionale con il ricongiungimento di Trieste alla Madrepatria”. Perché, se i caduti del 1953 hanno rappresentato in qualche modo gli “ultimi martiri del Risorgimento”, questi caduti del maggio ’45 e delle giornata successive vanno comunque inquadrati in questa fase finale del Risorgimento Italiano che troverà conclusione nella storica giornata del 26 ottobre 1954.

La richiesta della Lega Nazionale aveva prontamente trovato l’appoggio degli Enti Locali: la Provincia di Trieste il cui Presidente la aveva personalmente caldeggiata nel confronti del Quirinale ed il Comune di Trieste la cui Giunta, con delibera di data 5 settembre 2005, aveva fatto propria la richiesta della Lega Nazionale e le sua motivazioni.

Nei giorni scorsi è il Prefetto Annamaria Sorge a comunicare alla Lega Nazionale la notizia: il Presidente Ciampi ha accolto la richiesta della Lega Nazionale ed ha concesso le richieste medaglie d’oro al merito civile alla memoria dei nostri sette concittadini, con la seguente motivazione “animato da profonda passione e spirito patriottico, partecipava ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed amor patrio, spinti sino all’estremo sacrificio”.

Un atto, questo del Capo dello Stato, che dà testimonianza, una volta di più, della sua attenzione e delle sua sensibilità per la storia, per le vicende, per i drammi di queste terre.

L’onore che con tale atto viene riconosciuto a questi Caduti va in qualche modo a completare l’analogo riconoscimento concesso ai Caduti del ’53 e la legge istitutiva della Giornata del Ricordo approvata pressoché all’unanimità dal Parlamento italiano: il tutto a recupero di una memoria storica che per troppo tempo era stata ignorata ed a compimento di un atto di Giustizia e di Pietà che costituisce la premessa migliore per guardare al futuro con animo rasserenato.

La Lega Nazionale che, nei lunghi decenni dell’oblio (spesso in quasi completa solitudine) mai aveva smesso di ricordare sia i Caduti di via Imbriani che quelli del novembre ’53, la Lega Nazionale che, in entrambi i casi, si è fatta promotrice della iniziativa di chiedere che lo Stato Italiano desse il giusto riconoscimento al senso patriottico del loro estremo sacrificio, la Lega Nazionale che ha visto tali sue richieste trovare entrambe l’alto accoglimento del Capo dello Stato, ritiene doveroso, a nome suo, ma anche di tutti i cittadini della Città di san Giusto, dire il proprio grazie, sincero profondo e commosso, a Carlo Azeglio Ciampi, Capo dello Stato e Presidente veramente di tutti gli Italiani.

* * *

Ogni anno il giorno 5 maggio si svolgeva una cerimonia, promossa dalle Lega, a memoria dei caduti del ’45. Quest’anno la cerimonia avrà luogo, non nell’usuale collocazione di via Imbriani, bensi in quella solenne della Sala del Consiglio Comunale; sarà quella l’occasione nella quale il Prefetto di Trieste conferirà ai famigliari delle vittime la medaglia d’oro al Merito Civile alla memoria : “MIRABILE ESEMPIO DI ELETTE VIRTU’ CIVICHE ED AMOR PATRIO, SPINTI SINO ALL’ESTREMO SACRIFICIO”.

Lega Nazionale

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.

CERIMONIA DI CONSEGNA DELLE MEDAGLIE D'ORO AL MERITO CIVILE AI CADUTI DEL 5 MAGGIO 1945, 3 NOVEMBRE 1945 E 15 SETTEMBRE 1947: INTERVENTO DEL SINDACO DI TRIESTE , ROBERTO DIPIAZZA

Solo cinque giorni fa, domenica 30 aprile, eravamo qui in questa stessa sala del Consiglio Comunale di Trieste per conferire la medaglia d'oro al merito civile alla memoria di Antonio Fonda Savio.

Oggi, venerdì 5 maggio, si compie un ulteriore significativo passo nel segno del giusto e doveroso riconoscimento del sacrificio di uomini e donne che immolarono la loro vita per l'italianità di Trieste, per dare voce e prospettiva al desiderio di democrazia e libertà, alla forte volontà di ribadire una sofferta appartenenza alla Madre Patria, ai suoi più alti valori, ai suoi più nobili ideali.

Claudio Burla, Carlo Murra, Mirano Sancin, Graziano Novelli, Giovanna Drassich caddero il 5 maggio del 1945, all'imbocco di via Imbriani, sotto una scarica di mitragliatrice di una pattuglia titina. Si soffocava così nel sangue una spontanea manifestazione di italianità. Trieste passava da un'oppressione ad un'altra: dalla Risiera di San Sabba alle Foibe. Iniziava nel terrore l'occupazione della città da parte delle truppe titine, dal primo maggio all'11 giugno del 1945, sei tristi e tragiche settimane che facevano svanire l'agognata e tanto attesa libertà.

Sempre sotto il fuoco straniero caddero anche i concittadini Emilio Beltramini, il 3 novembre 1945 e Alino Conestabo, il 15 settembre del 1947.

Queste sette vite innocenti, sono giustamente accomunate oggi nel doveroso conferimento della medaglia d'oro al merito civile. Sono testimoni della libertà di Trieste, sono esempi di quel legame indissolubile che ha sempre unito questa martoriata terra all'Italia, alla sua storia e alla sua cultura, alle sue migliori tradizioni democratiche, nel rispetto delle radici e delle peculiarità di ognuno.

Perchè non scordiamolo mai, mentre nelle città del resto d'Italia si pensava al pane, a Trieste, dal '45 al '54, è ancora in forse la vita, è ancora in forse la tanto amata e fortemente voluta Italia.

Le salde radici italiane di Trieste hanno trovato nutrimento e nuova linfa dal sacrificio di questi martiri. Persone comuni, concittadini che hanno saputo immolarsi con generoso slancio, per testimoniare con la vita quell'amor di Patria che resterà sempre un esempio nel tempo della storia.

A seguito ai tragici fatti del 5 maggio 1945, il giorno seguente, nell'omelia domenicale nella Chiesa di Sant'Antonio Nuovo, il vescovo Mons. Antonio Santin era ancora una volta, come sempre, vicino alla cittadinanza e faceva sentire la sua partecipazione alle difficoltà del momento.

Mons. Santin affermava con parole forti: "..... Vi è molta trepidazione in città per alcuni provvedimenti che vengono presi nei riguardi di determinate persone. Ho avuto, in luogo competente, l'assicurazione che si sarà giusti ed umani. Ma come ho difeso i perseguitati di ieri, è necessario che come vescovo e padre di tutti, elevi la mia voce in aiuto dei colpiti di oggi. Nessuno vuole distruggere la giustizia. Ma dopo tanto sangue e tante sofferenze entri finalmente negli animi un po' d'amore, un po' di compatimento, di bontà. Abbiamo tutti la volontà di ritrovarci fratelli, sopra gli odi accumulati da tanti anni".

Esortava ancora Antonio Santin: " Non è scavando abissi che si formerà la nuova famiglia. Come già in altra sede, il vescovo chiede anche all'altare che queste giornate non siano ricordate con dolore, ma siano segnate da gesti di bontà e di rispetto della persona umana. Vi rivolgo.... l'invito alla calma. Oggi è proprio questo il comandamento. Calma, compostezza e dignità. Bisogna saper contenere i propri sentimenti di qualunque specie essi siano. La delicata situazione ha bisogno soprattutto di tranquillità dignitosa".

Con questa guida profetica e con il generoso sacrificio di uomini e donne come Claudio Burla, Carlo Murra, Mirano Sancin, Graziano Novelli, Giovanna Drassich, Emilio Beltramini e Alino Conestabo, Trieste seppe e volle uscire dai drammi e dalle lacerazioni della sua storia per riabbracciare l'Italia, per ricongiungersi a quella amata Madre Patria, che oggi ha il dovere di guardare a questa nostra città con orgoglio e stima, ricambiando quell'amore che i triestini hanno sempre avuto per il Tricolore.

Infine, mi sia consentito ringraziare i famigliari e i parenti di questi nostri sette "fratelli", perchè anche grazie a loro e alla preziosa e sempre meritoria azione della Lega Nazionale, oggi a Trieste risplende una nuova pagina di storia. Una storia sofferta e tragica che rivive nei cuori e negli animi di ognuno di noi. Una storia che è patrimonio prezioso, radice autentica di vita e di civiltà.

La libertà nasce dal coraggio. Claudio Burla, Carlo Murra, Mirano Sancin, Graziano Novelli, Giovanna Drassich, Emilio Beltramini e Alino Conestabo: voi avete avuto coraggio e avete donato le vostre vite.

Trieste vi onora. Vi è eternamente grata e riconoscente.

Trieste, 5 maggio 2006

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.

 

L’avv. Paolo Sardos Albertini ha reso noto che il Capo dello Stato ha conferito la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria di quei cinque cittadini di Trieste che, a guerra ormai finita, il 5 maggio 1945 mentre manifestavano in nome della libertà e dell’italianità di Trieste, vennero falciati dal fuoco delle truppe jugoslave nonché alla memoria di altri due triestini che, in epoche immediatamente successive, subirono anch’essi analogo tragico sacrificio.

Era stata la Lega Nazionale, in una lettera del 4 maggio 2005, a chiedere al Presidente Carlo Azeglio Ciampi, la concessione di tale riconoscimento alla memoria di : Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli, Mirano Sancin, Emilio Beltramini, Alino Conestabo.

Alla richiesta della Lega Nazionale si erano poi associati gli Enti Locali, sia la Provincia che il Comune di Trieste. Quest’ultimo, in particolare, con delibera giuntale del 5 settembre 2005, aveva fatto proprie le motivazioni e le richieste della Lega Nazionale.

Il Capo dello Stato, nell’erogazione di tale riconoscimento, ha dato testimonianza, una volta di più, della sua attenzione e sensibilità per la storia, per le vicende, e per i drammi di queste terre.

L’onore che con questo atto viene reso a tali Caduti va in qualche modo a completare l’analogo riconoscimento concesso ai Caduti del 1953 e la legge istitutiva della “Giornata del Ricordo” , approvata pressoché all’unanimità dal Parlamento Italiano: il tutto a recupero di una memoria storica che per troppo tempo era stata ignorata ed a compimento di un atto di Giustizia e di Pietà che costituisce la premessa migliore per guardare al futuro con animo rasserenato.

La cerimonia del conferimento delle onorificenze – ha concluso l’avv. Sardos – avrà luogo il 5 maggio p.v. nel corso dell’annuale cerimonia promossa dalla Lega Nazionale, cerimonia che quest’anno si svolgerà nella Sala del Consiglio Comunale, ove il Prefetto di Trieste conferirà ai familiari delle vittime la Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria accompagnata dalla seguente motivazione : “Animato da profonda passione e spirito patriottico, partecipava ad una manifestazione per il ricongiungimento di Trieste al Territorio nazionale, perdendo la vita in violenti scontri di piazza. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed amor patrio, spinti sino all’estremo sacrificio”.

Trieste, 24 marzo 2006

Il Piccolo 05/07/06 Recensioni - Per Trieste italiana, i moti del 1945-1954 di Roberto Spazzali

Ogni stagione politica ha avuto la sua base giovanile, soprattutto studentesca, che si è fatta interprete delle aspirazioni e proiezione diretta delle tensioni. Tutto questo si è perpetrato anche a Trieste dagli anni Dieci agli anni Ottanta del secolo scorso, con una scadenza periodica di 10-15 anni, nel segno di una continuità movimentista che ha generato anche la classe dirigente di quella «middle class» che ha governato e governa tuttora le sorti cittadine. Proprio l'esperienza movimentista, tanto irrequieta quanto generosa è stata la forgia principale, anche se non tutti coloro i quali sono passati per quelle esperienze poi hanno approdato alla vita politica, all'impegno civico.


"La verità vi farà liberi" Gesù di Nazareth

 

 

Raccomandazione

Voi che amate la verità, ascoltate questo aneddoto che vi insegnerà molte cose.

Quando d'estate, seguendo la mia passione divorante, mi reco in montagna alla ricerca dei miei amici prediletti, i funghi, adotto da tempo una regola aurea che mi fu insegnata, molti anni fa quando ero ancora alle prime armi, da un vecchio montanaro. "Se vedi venirti incontro un fungaiolo col cesto pieno di porcini, chiedigli gentilmente dove li ha trovati e, quando lui ti avrà indicato dove rivolgere il tuo passo, ringrazialo del prezioso consiglio, salutalo e poi, appena si sarà allontanato, prendi la direzione opposta." Sono ancora grato a quel vecchietto per avermi insegnato una regola così importante grazie alla quale mi sono fatto la fama di cercatore fortunato.

Premessa

A differenza dei tanti che ne scrivono e che si sono fatta una certa cultura leggendo libri più o meno famosi, io quell'epoca cruciale l'ho vissuta sulla mia pelle. Vi ho partecipato. Poi, finita la buriana, mi sono buttato a leggere quello che ne era stato scritto. Non certo per crederci come fosse oro colato, ma solo per sapere cosa ne dicevano i vari storici e quelli che, dandosi le arie di storici, volevano raccontare la loro storia,. più che altro ripetendo fino alla noia la stessa "vulgata" senza sentire il minimo bisogno di cercare la verità. Anzi con una certa ripugnanza della verità se questa non faceva comodo. Troppe volte la storia viene posta al servizio della politica. Ed è un gran male.

Non sono uno storico e non pretendo di scrivere un trattato. Anzi cercherò di essere breve, ma al tempo stesso di dire molte cose, in gran parte inedite o quasi sconosciute. Soprattutto in controtendenza con l'attuale vulgata. Se i giovani mi leggeranno sarò felice. Perché è ad essi che dedico la mia piccola fatica. Affinché conoscano almeno un pezzetto di verità. Anche se non ho la pretesa di essere il depositario della verità.

Ma mi basterà anche meno. Di aver fatto sorgere in essi qualche piccolo dubbio.

 

Il 25 luglio 1943

Quella domenica mattina il Duce uscì da villa Torlonia per la solita visita al Re. Si era messo in borghese come sempre per andare dal sovrano a riferire sullo stato della guerra. Invano la brava Rachele, da saggia contadina quale era rimasta anche adesso ch'era la moglie dell'uomo più potente d'Italia, lo scongiurò di non andare. "Ti tenderanno una trappola, Benito. Piuttosto falli arrestare tutti quanti quei traditori. Telefona, falli arrestare. Ascoltami, Benito." Ma Benito era già salito in macchina e non l'ascoltava. Aveva dormito solo qualche ora steso sul divano senza neppure spogliarsi. Era stanco morto dopo la notte infernale passata a discutere con i suoi amici di un tempo che, ora che le cose andavano male, gli stavano voltando le spalle. Eppure aveva letto due giorni prima l'ordine del giorno che Grandi avrebbe presentato in Gran Consiglio. Un documento che parlava di chiedere al Re di assumersi le sue responsabilità nella direzione suprema della guerra. E che male c'era? Era troppo stanco e ammalato, sentiva troppi forti crampi allo stomaco per ragionarci su. Un po' di riposo non gli avrebbe certo fatto male. In fin dei conti Grandi sarebbe stato un buon presidente del Consiglio e comunque era un fascista. Il Re poi era un amico fidato, perché dubitare del suo appoggio? Ma adesso doveva correre a Palazzo Venezia nel salone del Mappamondo dove lo attendeva l'ambasciatore giapponese conte Hidaka il quale doveva riferirgli degli abboccamenti in atto con l'Unione Sovietica (con la quale il Giappone non era in guerra) al fine di chiudere il conflitto fra l'Asse e l'URSS. Se le cose si fossero messe nel modo giusto, se cioè Stalin avesse aderito a cercare una pace separata, lui, Mussolini, ne avrebbe parlato con Hitler per convincerlo della bontà della causa.

Dopo Hidaka sarebbe stata la volta del Re al quale avrebbe riferito sia del voto del Gran Consiglio, sia di quanto gli avrebbe detto di poter fare l'ambasciatore nipponico. Anzi il Re sarebbe stato contento di quel tentativo di cui non era ancora al corrente. Insomma, andando dal Re il Duce si aspettava le lodi del Sovrano. "Bravo, bravo Duce" avrebbe detto quel suo grande amico di cui lui si fidava come di un fratello. Cugino lo era per via del collare dell'Annunziata che il Re gli aveva conferito da tempo.

Sappiamo che non andò così. Fu arrestato dai carabinieri che dissero di volerlo proteggere. Il Re aveva ceduto dopo mille insistenze ai suoi consiglieri militari che lo circuivano da mesi, forse da anni, al fine di far cadere il Duce e il Fascismo con una mossa proditoria come quella che, dopo molti pensamenti e ripensamenti, venne posta in atto quella domenica di luglio. L'unica ad offendersi fu Elena, la regina montanara, venuta dal suo popolo di pastori montenegrini, in cui la parola onore aveva ancora un valore. Ad Elena sembrò che quanto era avvenuto fosse così vergognoso da chiedere al marito di tornare indietro. "Come hai potuto? In casa mia …?" Il Re, che si era dimenticato persino di scrivere un decreto per autorizzare la cattura del suo Primo Ministro, chiese timidamente ai suoi consiglieri: "Si può rimediare?" "No, Maestà, ormai non si può più …" Così il colpo di Stato fu portato a termine in modo indolore, anche perché ci fu chi pensò a metterci la ciliegina sulla torta: "Il cavalier Benito Mussolini ha rassegnato le dimissioni …" Cavaliere? Dimissioni? Quando mai? I più pensarono che il Duce fosse stato fatto sparire. Badoglio, che ne aveva preso il posto, non perse tempo. Cominciò la sistematica opera di demolizione di tutti gli istituti del Fascismo, fece eliminare chi poteva dargli pensiero, vedi Ettore Muti, ammazzato nella notte mentre, dissero, tentava di fuggire e così via. Soprattutto fece iniziare le trattative di resa con gli Alleati nel momento stesso in cui proclamava "La guerra continua". E intanto i tedeschi, che avevano mangiato la foglia, facevano venire divisioni su divisioni in Italia e occupavano aeroporti, basi navali, punti strategici, … Ma il Maresciallo Badoglio non ci badava. Aspettava solo che scattasse l'ora della resa, poi si sarebbe visto cosa fare. L'incoscienza al potere.

 

L'8 settembre 1943 e le sue conseguenze immediate

Non esiste nella storia militare un altro esempio di simile cecità di fonte ad un pericolo annunciato, un pericolo reale sotto gli occhi anche dei bambini. Fu l'8 settembre, la fine dell'Italia e della sua dignità, del suo onore. Badoglio e i suoi consegnarono il Paese nelle mani di inglesi, americani e tedeschi. I quali se lo divisero come fosse una torta, pronti a divorarla leccandosi i baffi.

Nei Balcani milioni di nostri soldati furono posti alla mercé delle bande partigiane di Tito. Nell'isola di Cefalonia la nostra guarnigione che si era arresa ai tedeschi dovette subire una spaventosa punizione per colpa di un gruppo di sconsiderati che si mise a far fuoco sugli ex alleati ora padroni della situazione. Fu un massacro al quale fece coro il siluramento della nave che trasportava i superstiti sulla penisola. Di chi la colpa, se non di quel pugno di imbecilli vestiti da generali cui il Re aveva dato ascolto? I tedeschi per rappresaglia al tradimento catturarono seicentomila nostri soldati e li trasferirono in Germania nei loro campi di concentramento a pagare colpe non loro.

La flotta ebbe l'ordine di dirigersi e consegnarsi a Malta. Il Comandante in capo ammiraglio Bergamini non voleva farlo perché lo considerava disonorevole e preferiva affondarsi prima di consegnarsi. Non ne ebbe il tempo perché una bomba teleguidata sganciata da un aereo tedesco colpì la corazzata "Roma" appena uscita dal cantiere, un colosso di 42.000 tonnellate, su cui l'ammiraglio era imbarcato e l'affondò con tutti gli uomini che aveva a bordo. Badoglio ci aveva pensato? Cosa aveva in testa quando tramò la resa? Ai suoi soldati, ai suoi marinai, ai suoi aviatori ci aveva mai pensato? Per fortuna ci fu chi ci pensò, ma si chiamava Mussolini ed era ancora in catene.

 

Mussolini costituisce il nuovo Stato: la Repubblica Sociale Italiana

Al Centro e al Nord dell'Italia dove gli Alleati di Badoglio non erano ancora arrivati la situazione di generale sfacelo migliorò perché Mussolini (che nel frattempo i paracadutisti del maggiore tedesco Morse avevano liberato dalla prigionia del Gran Sasso) accettò di costituire uno Stato alleato della Germania: era l'unico modo per tentare di salvare il salvabile. Senza quello scudo gli italiani sarebbero stati alla mercé di un durissimo occupatore. Mussolini e la sua Repubblica Sociale Italiana conservarono, o meglio riacquistarono, l'autonomia di governo nel senso proprio del termine cioè battere moneta, avere un proprio bilancio, proprie scuole, propria magistratura, un proprio esercito, aeronautica, marina di terra e di mare, propria polizia, in altre parole una propria sovranità. Al Sud, invece, dove gli Alleati occidentali si erano installati dopo la resa senza condizioni del Governo del Re (e lo stato di guerra non era mai cessato), la moneta era quella emessa dal Governo Militare Alleato (le AM-lire), l'esercito era inquadrato nell'VIII Armata britannica (di cui portava la divisa con un distintivo particolare), l'Aeronautica faceva parte della Balkan Air Force inglese e aveva il compito di colpire le basi tedesche nei Balcani a supporto delle formazioni militari di Tito. Così ogni bomba lanciata dagli aerei avvicinava il conquistatore slavo comunista alla sua meta, Trieste.

Al Nord e al Centro e nella parte del Sud non ancora invasa la Repubblica si insediò senza contraccolpi. L'afflusso dei volontari fin dai primi giorni quando nulla era stato ancora predisposto per riceverli, fu eccezionale. In un impeto d'amor patrio (che oggi potremmo giudicare irrazionale, ma allora fu più forte di ogni calcolo) la gioventù italiana si ribellava al tradimento, non voleva arrendersi, voleva tornare al combattimento. Senza armi adeguate, senza un'organizzazione, senza uno spiraglio di speranza di vittoria. Non era quello che i giovani volevano, volevano essere ancora padroni del loro destino. Fu l'autentica rivolta popolare che l'Italia non aveva mai avuto. Si trovavano davanti alle caserme appena riaperte: "Anche tu, qui? Ma non eri contrario al Fascismo?" "E tu? Non ascoltavi Radio Londra?" Si abbracciavano ed entravano a braccetto nella caserma deserta dove un vecchio soldato tedesco distribuiva una brodaglia di crauti che solo un affamato avrebbe avvicinato alla bocca. Non è stato ancora scritto il poema di quei ragazzi che sceglievano la morte per non subire il disonore. Meglio che rimangano in un limbo senza qualifiche di nessun tipo, neanche quella di combattente perché sarebbe troppo riduttiva. Puri folli, ecco come li potrà ricordare la Storia.

Sorsero ovunque centri di reclutamento spontanei senza nemmeno aspettare che vi fossero disposizioni dall'alto, che neppure fosse costituito un Governo. "Con chi vai? Dove ti arruoli? In che Arma?" "Non mi interessa l'arma, ero della leva di mare, ma adesso …" "Vado con Lui, fino alla morte!" Il simbolo della morte, il teschio, l'avevano un po' tutti sulla giubba. La gente guardava e non capiva. "Ma la guerra non è finita?" si chiedevano le donne guardando quei pazzi che giravano cantando in quelle strane bellissime divise che facevano impazzire le loro figlie.

A Roma l'adesione del Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani provocò un'ondata di arruolamenti di generali e ufficiali di ogni ordine e grado senza pari. Cui seguì quella del resto d'Italia. Era una valanga. Tutti volevano tornare alle armi. I tedeschi osservavano stupiti. Ma allora quella che aveva tradito non era la vera Italia, era questa che si ribellava l'Italia autentica.

In campo militare comandavano, com'era ovvio, i tedeschi, ma Mussolini volle che fossero pagati per difenderci. Ogni mese un grosso assegno usciva dalle casse della Repubblica come indennità da versare all'esercito alleato per la sua partecipazione alla comune difesa del suolo italiano. Quando, a guerra finita, lo vennero a sapere i ministri finanziari del Sud rimasero di stucco. Anche dopo impiccato quell'uomo continuava dare lezioni di dignità.


Non subito, ma nella primavera successiva, cominciarono a formarsi sulle montagne nuclei di sbandati, di ribelli, di renitenti (questi ultimi a seguito dell'improvvida decisione di ricorrere alla chiamata alle armi). Poi si formarono le bande partigiane, in parte di fede monarchica (fazzoletti azzurri), in parte liberali e cattoliche (fazzoletti verdi), in maggior parte comuniste e socialiste (fazzoletti rossi ossia Brigate Garibaldi). Le bande ribelli non potevano mettere piede nelle città e nei centri abitati saldamente presidiati dai soldati repubblicani e dalle forze tedesche (i quali si sobbarcavano il controllo delle strade, delle linee ferroviarie, di quelle elettriche, degli acquedotti, ecc. ecc. un enorme sforzo di sorveglianza che impegnava giorno e notte centinaia di migliaia di uomini). Nelle città i ribelli operavano con piccole pattuglie in borghese (i GAP, Gruppi di Azione Partigiana) che compivano attentati ai danni dei soldati e delle autorità politiche. Quando riuscivano ad ucciderne uno, si scatenava la rappresaglia dei tedeschi che applicavano le durissime leggi di guerra. Era quello che i ribelli attendevano, sapendo che così si sarebbero attizzato l'odio della popolazione contro i tedeschi. I repubblicani, invece, avevano maggior riguardo per le vite dei loro compatrioti e spesso non ricorrevano alla rappresaglia. Un tipico caso fu quello dell'assassinio del Presidente dell'Accademia d'Italia, l'archeologo Pericle Ducati, cui seguì non molto dopo, l'altro, del successore all'Accademia, il grande filosofo Giovanni Gentile. Entrambi uccisi a sangue freddo, inermi e senza scorta, l'uno a Bologna, il secondo a Firenze, davanti a casa sua, sulla verde collina di Fiesole. Non ci fu rappresaglia. Ma servì a poco perché la Resistenza aveva le sue regole e doveva osservarle. Non servì neppure il lamento dei moderati che si dissociarono da quel gesto infame compiuto dai comunisti. Si arrivò persino a sparare sulle bare durante un funerale. In un paese civile come l'Italia. Sono le regole della guerriglia, che oggi si chiama anche terrorismo, ma dipende da che parte la si guarda.

Perché i ribelli si opponevano alla Repubblica Sociale? Perché non ne accettavano la sovranità come invece dimostrava di fare la stragrande maggioranza della popolazione? Le spiegazioni sono diverse. C'era chi si era trovato costretto a salire in montagna per sfuggire alla cattura e alla deportazione in Germania subito dopo la resa italiana. Erano i militari del sud rimasti tagliati fuori dalla propria terra che, in parte aderirono alla RSI, in parte preferirono darsi alla macchia. Queste erano per lo più le formazioni azzurre. Poi c'erano gli idealisti che sognavano la fine della dittatura mussoliniana. E al tempo stesso non avevano mai amato i tedeschi con quella loro aria di superuomini che si davano in ogni loro atteggiamento. Non c'entrava niente invece la faccenda dei lager e dei campi di sterminio degli ebrei che oggi tiene banco e di cui nessuno allora sapeva nulla (neppure gli stessi soldati della Wehrmacht ne seppero qualcosa prima di vedere i documentari girati dagli americani dopo ch'ebbero occupata la Germania).

E poi c'erano i comunisti, le Brigate Garibaldi col fazzoletto rosso. Questi facevano una loro guerra privata. Ben organizzati, militarmente inquadrati, con tanto di Commissari politici spesso russi, legati mani e piedi alle direttive del Partito Comunista, sorretti da una ferrea disciplina, miravano a instaurare in Italia uno Stato di tipo sovietico. Dai "capitalisti" americani li divideva un odio mortale anche se ne ricevevano ogni aiuto. Armi, viveri, equipaggiamento gli arrivavano dal cielo nelle notti chiare calati con il paracadute su per i monti dall'odiato americano col quale si aspettavano di arrivare prima o dopo a fare la resa dei conti. Intanto le prime scaramucce si facevano già vedere. Se potevano, i "rossi" cercavano di mettere in difficoltà i loro amici "azzurri" o "verdi". In Carnia decisero addirittura di farli fuori senza mezze misure. Fu l'eccidio di Malga Porzùs, consumato a freddo, spietatamente, con stile impeccabile. Non doveva salvarsi nessuno. E invece qualcuno si salvò solo perché ci fu un ritardo imprevisto di una staffetta. Fu il caso di un mio caro amico, ora scomparso, Alfredo Berzanti, che poi divenne il primo presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Berzanti non divenne mai amico dei comunisti, neanche quando il suo partito, la DC, glielo impose. Non poteva dimenticare.

Qual'era agli occhi dei comunisti la colpa degli osovani? Il sospetto che i partigiani verdi della Brigata Osoppo avessero stretto un patto con i repubblicani della X Mas per la comune difesa del confine orientale contro gli slavi di Tito. Probabilmente, anzi quasi certamente, era vero, ma il grave era che loro, i comunisti, agivano per ordine degli jugoslavi di cui si sentivano alleati e fratelli. Al comandante Bolla fecero anche un "regolare" processo prima di ucciderlo nel Bosco Romagno (nei pressi di Cividale). Nel verbale del processo sta scritto che lui, il povero Bolla, udita la sentenza, gridò: "Viva l'internazionale fascista!" Non gli bastava ucciderlo, bisognava inventare una simile infamia con cui infangare la sua memoria. Quello non fu che un episodio, certo il più noto, della guerra fra partigiani delle due fedi.

Molti si sono chiesti perché al Sud non ci fu una speculare Resistenza armata fascista. La risposta è facile: perché, pur essendo nata con moto spontaneo, Mussolini diede ordine di farla cessare. "Noi fascisti non spariamo alle spalle" e la Resistenza cessò. Alla Principessa Pignatelli (il cui marito era il capo della guerriglia contro gli Alleati) disse che invece si istituisse un Soccorso civile per i nostri finiti nelle galere angloamericane e invece autorizzò lo spionaggio oltre le linee (le "volpi azzurre" che affidò al Comandante David, e di cui fecero parte Giorgio Pisanò e la famosa Paola Costa).

 

La Capitale sul Garda

Bisogna anche dire che dopo la liberazione di Mussolini, mentre procedeva alacremente e quasi miracolosamente la costruzione del nuovo Stato repubblicano (prefetture, questure, uffici dell'amministrazione pubblica, stabilimenti militari, annona, stampa della moneta, dei francobolli, banche; dopo lo sfacelo seguito alla data infame c'era tutto da rimettere in piedi) occorreva anche pensare alla sede del nuovo Governo. Roma non poteva esserlo perché troppo vicina al fronte di guerra. Mussolini voleva la sua Romagna, la Rocca delle Caminate. Vi fece il primo Consiglio dei Ministri. Poi, non avendogli i tedeschi concesso per motivi di sicurezza la sede di Milano, ripiegò sul lago di Garda che non gli piaceva neanche un po'. Ma qui c'erano ville estive da requisire a bizzeffe e i ministeri vi vennero alloggiati in quattro e quattro otto. Tutto il lungolago fu invaso dai ministeriali romani che avevano accettato di lasciare l'Urbe. Da Salò (il centro maggiore) a Gardone, a Maderno, a Bogliaco, a Gargnano, in ogni angolo della splendida riviera occidentale del lago si accamparono gli uomini dei ministeri e le loro famiglie. Il Duce prese dimora nella Villa Feltrinelli appena fuori l'abitato di Gargnano da dove ogni mattina raggiungeva in macchina o a piedi la sede del Governo in villa delle Orsoline nel centro del paesino. Posti bellissimi anche d'inverno stante la mitezza del clima che ha reso famoso il Garda facendone un luogo di perpetua villeggiatura. Ma, mentre donna Rachele e i figli se ne giovavano, lui era tutto preso dalle cure del Governo, che non era una sinecura. Riceveva dalla prima mattina fino a sera tardi ambasciatori, ministri, prefetti, comandanti militari, anche semplici cittadini. A Gargnano Mussolini ritrovò la Fede, si confessò ad un pio sacerdote e si comunicò.

Non tutti i ministeri ebbero sede sul Garda. Quello dello spettacolo fu insediato a Venezia, quello della Educazione Nazionale (retto da Carlo Alberto Bigini che già nel dicembre '43 aveva scritto su incarico di Mussolini la Costituzione della RSI) risedette a Padova.

Il cruccio di Mussolini era la guerra civile che i comunisti e anche altri antifascisti andavano scatenando in ogni parte d'Italia. Lui fin che poteva frenava le rappresaglie, faceva liberare prigionieri, salvava molti suoi nemici da morte sicura sottraendoli dalle celle in cui erano rinchiusi. Eppure quell'uomo riuscì a trovare anche il tempo per un grande progetto: la Socializzazione delle imprese. E a far varare i punti programmatici della nuova Repubblica: i 18 punti di Verona, che stabilivano il ritorno al metodo democratico dell'elezione popolare. Al pluralismo politico ci sarebbe arrivato negli ultimi mesi quando riconobbe la validità della funzione dei partiti di opposizione. Storia ignorata. Storia cancellata.

 

Si ricostituiscono Esercito, Marina, Aeronautica.

Nascono la GNR, la X Mas, il SAF, le BN, le Fiamme Bianche.

La prima Arma a risorgere fu la Milizia che non si era mai sciolta, neppure oltre i confini patri, neppure in terra nemica, nei Balcani. Quegli uomini, spesso avanti in età, non mollarono mai. Rimasero al loro posto accanto agli alleati di prima e continuarono a combattere. Presto a loro vennero aggregati i Carabinieri non più Reali e il nuovo Corpo raggiunse la consistenza di 180.000 uomini. Venne denominato, per i nuovi compiti che riceveva ossia di servizio d'istituto oltre che di impiego bellico, Guardia Nazionale Repubblicana che ricordava i tempi della Rivoluzione Francese. Il distintivo al bavero non era più il fascetto, bensì una doppia M d'argento che voleva significare Mussolini e Mazzini (e somigliava parecchio al contrassegno delle SS). Poi nell'estate del '44 tutte le forze armate repubblicane ebbero un simbolo unico: il Gladio circondato da una corona d'alloro. Della GNR faranno parte nomi divenuti poi famosi come Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Mario Castellacci, quasi tutti usciti dalle nove Scuole Allievi Ufficiali che Renato Ricci aveva organizzato per preparare l'ossatura del nuovo Esercito Repubblicano. Ne sfornarono quattromila con un'ottima preparazione sia bellica che civile. Ogni anno i superstiti si radunano a ricordare il loro grande sogno di gioventù. Sono rimasti in pochi. Un po' curvi, ma non piegati.

Il Principe Junio Valerio Borghese che comandava il reparto degli assaltatori della Marina, ne fece un nuovo Corpo di terra pur conservando il nome di X Flottiglia Mas, anche se dei mitici motoscafi siluranti ce n'erano rimasti pochi (li aveva ancora una sezione di mare, assieme ai sommergibili tascabili e ai barchini d'assalto). La corsa ad arruolarsi fu uno spettacolo mai visto. Persino dalla Francia arrivarono e con nomi che diventeranno altisonanti (Yves Montand, Michel Piccoli, Serge Reggiani, tutti figli di italiani legati come non mai alla loro Patria).

Poche, ma c'erano anche le navi da guerra. La Marina nera (per distinguerla da quella in grigioverde della X Mas) sorvegliava i porti e batteva il mare. Un nome per tutti fra quelli molto famosi: il comandante Grossi e fra i giovanissimi il guardiamarina Raimondo Vianello, figlio di un ammiraglio.

Negli aeroporti si riformarono le squadriglie da caccia e da bombardamento. Gli aerei vennero ripresi (con le belle o con le brutte) ai tedeschi che se li erano incorporati e dovettero restituirli uno alla volta molto seccati. Alla guida di una delle più famose squadriglie il maggiore Adriano Visconti, cugino del famoso regista, che verrà barbaramente assassinato a guerra finita.

Fra i Generali della Repubblica vi era, udite udite, anche una donna. Una donna di ferro cui Mussolini, che l'aveva conosciuta anni prima come dirigente del Partito, affidò la costituzione e poi il comando del SAF, il Servizio Ausiliario Femminile. Si chiamava Piera Gatteschi. Donne in divisa, donne soldato, 8.000 volontarie di ogni ceto sociale. A differenza delle partigiane (staffette o combattenti), le Ausiliarie, belle e giovani, non erano armate che della loro grazia e della loro fede che non tradirono. Per la loro serietà furono chiamate le "monache del Duce". Alla Liberazione ne sarà fatta strage.

Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, volle, in dissenso con Graziani, costituire un esercito di partito, il Corpo delle Brigate Nere, in contrapposizione a quello comunista delle Brigate Rosse. Tutti gli iscritti al PFR da una certa età vi facevano parte. Fecero tutti il loro dovere fino all'ultimo. Anche i giovanissimi, i quattordicenni vollero dire la loro: si costituirono le Fiamme Bianche di cui alcuni reparti furono avviati al fronte.

In Germania, chiusi nei campi d'internamento c'erano centinaia di migliaia di nostri soldati catturati dopo il tradimento dell'8 settembre. Il Duce li fece optare per l'arruolamento nel nuovo esercito repubblicano o, in alternativa, per il lavoro nelle fabbriche tedesche. Non più schiavi, ma lavoratori o soldati. La maggioranza, sapendo che la guerra stava concludendosi e male per noi, scelse la fabbrica, ma intanto ebbe un trattamento più umano. Ma quei centomila che si rimisero il grigioverde tornarono in Italia con una voglia di rivincita che non pareva più possibile. Addestrati dai terribili sottufficiali tedeschi, impararono a fare la guerra come neanche se la sognavano. Le quattro Divisioni, Monterosa, San Marco, Littorio, Italia, che ritornarono in patria con un fervore incredibile, furono accolte dai partigiani nascosti dietro l'angolo con le loro fucilate e molti furono i morti nelle imboscate. Ma quelle divisioni erano di ferro e non mollarono. Presidiarono le valli e i valichi del confine occidentale fino all'ultimo. In qualche caso persino attaccarono i reparti americani che venivano su dalla Toscana ricacciandoli indietro. Ancor oggi quei reduci si ritrovano ogni anno sulle loro montagne ed è sempre una festa. Hanno i loro sacrari in cui mette piede solo qualche coraggioso rappresentante ufficiale, sindaci amici, deputati, senatori della parte non immemore, anche un ministro, quello che fu uno di loro, il bersagliere della Divisione "Italia" Mirko Tremaglia da Bergamo (uscito con i gradi dalla Scuola di Modena). E che continua a sentirsi uno di loro anche se fa il ministro di un'altra repubblica.

Un fatto molto rilevante per il suo significato morale, ma non solo per quello, fu che mai, in nessun luogo, in nessun momento, né in mare, né in terra, né in cielo vi furono scontri fra soldati italiani del Sud e quelli del Nord. Circostanza non casuale. L'esatto contrario di quanto avvenne al Nord fra repubblicani e partigiani dove i secondi avevano come obiettivo prioritario i primi. Subito, appena finita la guerra i combattenti in divisa dei due schieramenti si ritrovarono da camerati e oggi si ritrovano nelle associazioni combattentistiche uniti come prima. Non così fra combattenti del Nord e guerriglieri fra i quali non è mai stata fatta pace. Basterebbe questa contrapposizione, così stridente da far riflettere, per capire che la guerra civile fu una cosa ben diversa dalla guerra di liberazione che oggi si vorrebbe unitaria.

 

La questione del Confine Orientale

Il più grande cruccio di Mussolini fu la questione del confine orientale. Bisogna sapere che subito dopo la resa italiana i tedeschi avevano approntato a difesa dei loro confini due zone di operazioni militari, oltre a quella del fronte sud su cui premevano gli Alleati. Le due zone di operazioni vennero chiamate delle Prealpi, quella del Trentino Alto Adige, e del Litorale Adriatico, quella del Friuli, della Venezia Giulia, della Slovenia e della Dalmazia. Erano state sottoposte, in carenza di uno Stato italiano alleato (che si costituirà solo alcune settimane dopo) a due funzionari austriaci che ricoprivano la carica di capi regione dei due Land Tirolo e Carinzia. L'uno divenne il Supremo Commissario della Z.O. delle Prealpi, l'altro di quella del Litorale. I loro nomi Hofer e Rainer.

La loro nomina avvenne in circostanze piuttosto strane. La riunione di insediamento si svolse nel Quartier Generale del Fuehrer a Rastenburg nella Prussia Orientale il pomeriggio del 12 settembre, cioè a soli tre giorni dalla resa italiana. Ma durante la riunione arrivò un messaggio: il Duce era stato liberato. Certo si sarebbe adirato a sapere che in sua assenza si era presa una così grave decisione. D'altra parte l'Italia era in quel momento senza un governo (se non quello di Badoglio, passato dall'altra parte) e, peggio ancora, senza un esercito. E allora che fare? La soluzione fu trovata dal furbo ministro Goebbels. Bastava retrodatare di due giorni l'ordinanza e tutto tornava posto. Cosa fatta capo ha e Mussolini non poté, quando, lo seppe, che fare buon viso a cattivo gioco (ma non seppe mai il trucco della retrodatazione che venne fuori solo al processo contro Rainer nel 1946 a Lubiana). La sovranità italiana non venne mai messa in discussione, ma il Duce dovette combattere una estenuante battaglia per riaffermare continuamente quello che né Rainer né Hofer osarono mai contestargli, cioè il buon diritto italiano su quelle terre. Intanto Rainer e Hofer approfittando della forza di cui disponevano, spadroneggiavano e spesso si mettevano in conflitto con le autorità italiane, soprattutto con le Forze Armate della RSI. In realtà i tedeschi temevano un altro voltafaccia come quello dell'8 settembre e non si fidavano più di nessuno dopo la lezione ricevuta.

Nel dopoguerra per giustificare il mancato accordo degli antifascisti con le forze repubblicane che costò la caduta di Trieste in mani slavocomuniste, gli storici di quella parte, cioè gli unici che avevano voce in quegli anni, sostennero che dopo l'8 settembre Hitler si era annesso il territorio del Litorale come quello delle Prealpi. Asserzione infondata e tutta da dimostrare, ma che faceva gioco per mascherare la colpa storica degli antifascisti. Ancora oggi ad ogni campagna elettorale (sono le elezioni a comandare il gioco) rispunta quell'accusa a carico delle forze politiche comunque legate al patrimonio patriottico della città. Qualcuno arrivò perfino ad insinuare che Mussolini avesse regalato queste terre a Hitler in cambio della sua liberazione dalla prigionia del Gran Sasso. Vedete dove può condurre la faziosità politica. Contro tali vaneggiamenti sta tutto, dal fatto che a Trieste si continuava a nascere italiani, che la moneta, i francobolli, la giustizia, le amministrazioni pubbliche, le scuole, l'università erano più che mai italiane. Ma non c'è peggior sordo di chi non vuole udire. Per loro, per quei bravi cattedratici, Trieste doveva essere diventata una provincia del Reich germanico e questo giustificava molte cose a cominciare dalla mancata difesa della città sul finire del conflitto per finire alla "damnatio aeterna" dei suoi ultimi difensori. Una eccellente opera di rovesciamento delle responsabilità, perfetta in ogni suo particolare. La Storia scritta dai vincitori, in una parola. "Le menzogne dei vincitori diventano la Storia" ammonisce Arrigo Petacco.

La verità è invece quella che senza la RSI Trieste e l'intera Venezia Giulia (e forse anche il Friuli) sarebbero da sessanta anni in qua un pezzo di Jugoslavia (adesso di Slovenia).

Negli ultimi mesi di guerra Mussolini pensò addirittura di spostare la sede del suo Governo a Trieste, credendo così di meglio tutelare l'italianità del confine orientale. Anche se poi, per il precipitare degli eventi, non se ne fece nulla, è un dato da ricordare per la storia (quella vera).

 

La difesa del Confine Orientale

Le forze italiane dislocate nel territorio soggetto alla amministrazione provvisoria del Supremo Commissario Rainer e che a lui erano operativamente subordinate (cioè il loro impiego bellico era nelle mani del Commissario attraverso il Comandante Superiore italiano, generale Medaglia d'Oro Giovanni Esposito) erano di tutto rispetto. Erano costituite da ben 20.000 uomini ed erano uomini decisi a tutto. A differenza di quanto avveniva prima della nascita della RSI, le forze repubblicane erano costituite interamente da volontari.

Il grosso, circa la metà, era costituito dai cinque Reggimenti della Milizia, qui denominata per volere tedesco Milizia Difesa Territoriale, ma portante la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana e funzionalmente dipendente dal Comando Generale della stessa che si trovava a Brescia. Divise, organici, stipendi, disposizioni, rincalzi di ufficiali subalterni e superiori arrivavano da Brescia, altro che Terzo Reich. Il giorno che Rainer con la scusa che gli aerei scendevano a mitragliare i presidi se vi vedevano sventolare il tricolore ordinò di non issarlo sui pennoni, si ebbe per tutta risposta un sollevamento generale dei militi a cominciare dal comandante del Reggimento "Istria", il colonnello Libero Sauro, figlio del martire Nazario. Pagò per tutti il più alto in grado che fu allontanato da Pola, ma la bandiera rimase là dov'era, anzi ogni presidio se ne fece confezionare una più grande e la sventolò fino all'ultimo giorno in cui rimanemmo a guardia del confine orientale. Non sta scritto sui libri di storia ma è Storia. I militi di questo Reggimento erano quasi tutti istriani del posto, di ogni età e condizione civile. Erano veramente i difensori della loro terra. Per questo in Istria i partigiani di Tito, in maggioranza slavi, ebbero vita dura. Non ebbero l'appoggio della popolazione perché le simpatie della gente andavano ai bravi guardiani di casa, ai loro fratelli in divisa. Lo si poté constatare dopo la fine della guerra con l'esodo massiccio della popolazione che sgombrò interi villaggi e spopolò le città. Un esodo che non ha precedenti nella storia delle nostre terre e che invano per sessanta anni si è cercato di occultare o giustificare con altre motivazioni.

Gli altri quattro Reggimenti erano stanziati nelle province di Trieste, Gorizia, Udine, Fiume. Quelli delle isole del Quarnero verranno annientati fino all'ultimo uomo. Medaglie d'oro a bizzeffe se avessimo vinto la guerra. Invece l'oblio e semmai l'accusa di traditori da parte dei veri traditori.

Accanto a questi diecimila uomini sparpagliati sull'intero territorio, distribuiti in piccoli presidi di venti quaranta militi ciascuno, che assicuravano il controllo delle vie di comunicazione, delle linee ferroviarie, delle linee telefoniche, delle centrali elettriche, degli acquedotti e garantivano la sicurezza dei singoli cittadini, stavano i reparti di linea schierati sul confine a fronteggiare il IX Corpus di Tito. Questo Corpus era una vera e propria Armata con artiglierie, comandi, accampamenti, insediata su una vasta zona interna dove trovava la solidarietà della popolazione. Anche le forze della RSI, benché inferiori di numero, erano agguerrite e ben decise a difendere il territorio italiano. Attorno a Gorizia erano schierati migliaia di uomini: i Battaglioni della X Mas, i Battaglioni Bersaglieri, il Reggimento alpino "Tagliamento", i Battaglioni da fortezza, i Battaglioni della Milizia Confinaria, i Battaglioni Costieri.

Il IX Corpus poté entrare a Gorizia solo dopo il crollo della resistenza italo-tedesca alla fine di aprile 1945. Cioè a guerra finita. Prima furono bloccati da quel pugno di ragazzi che seppero morire in battaglia a Tarnova sotto la bufera di neve, a Tolmino, a Idria, a Santa Lucia, lungo la linea ferroviaria delle valli dell'Isonzo e del Bacia. Finirono quasi tutti sottoterra o, i più fortunati, a guerra finita nei campi di sterminio di Borovnica e di Prestrane.

Anche altri reparti combattenti non possono essere dimenticati e sono le Brigate Nere, i Battaglioni di Polizia, gli aviatori delle basi di Campoformido, di Merna (da cui partivano i bombardieri per le incursioni fino a Gibilterra), di Osoppo. E tutti i servizi di avvistamento aereo che segnalavano l'arrivo delle formazioni americane sulle nostre città affinché la popolazione potesse mettersi in salvo nei rifugi. Gli attacchi aerei avevano infatti carattere terroristico più che militare. La Contraerea faceva quel che poteva ma non era certamente in grado di evitare che i grossi bombardieri statunitensi scaricassero le loro bombe sulle nostre case. Tanti furono quelli che precipitarono nel golfo di Trieste colpiti dai cannoni della Contraerea e ancora più spesso dalla caccia repubblicana che saliva in cielo ogni volta che arrivavano i Liberators e le Fortezze Volanti. Anche per i nostri eroici piloti il golfo fu tomba generosa. A ricordare il loro sacrificio non c'è una lapide.

Sul mare non c'erano più le poderose corazzate che si erano consegnate al nemico a Malta dopo la resa dell'8 settembre, né gli incrociatori pesanti che tutto il mondo ci invidiava e ch'erano finiti in fondo al Mediterraneo silurati su segnalazione dei traditori annidati nei nostri comandi, c'erano solo i piccoli, piccolissimi sommergibili tascabili della Marina Repubblicana perpetuamente in caccia di naviglio nemico.

E a Trieste il bravo Podestà Cesare Pagnini aveva istituito un corpo speciale ai suoi ordini, la "Guardia Civica". Fece anche quello il suo dovere collaborando alla sorveglianza degli impianti insidiati dai partigiani comunisti.

In Dalmazia la resistenza agli invasori slavocomunisti cessò del tutto con lo sgombero della popolazione dalla capitale Zara nell'ottobre 1944. La città non esisteva praticamene più. Più di quaranta bombardamenti selvaggi ordinati da Tito in persona ed eseguiti dagli aerei delle RAF inglese avevano ridotto il centro storico ad un ammasso di macerie. L'italianissima Zara era finalmente piegata come voleva il despota croato (ma forse neppure croato, bensì russo). Anche il prefetto repubblicano Serrentino riparò a Trieste dove l'anno dopo venne trovato dai titini e ucciso.

Sul finire della guerra si verificherà un caso quasi unico. I partigiani della "Osoppo" e gli alpini del "Tagliamento" si misero d'accordo per difendere dagli slavi in arrivo la cittadina di Cividale che così non subì l'occupazione del nemico. L'avvenimento viene ricordato ogni anno a Ferragosto a Spignon, sul cocuzzolo della montagna, il luogo dove fu stretto il patto. Andateci.


La difesa del confine occidentale e del fronte Sud

Anche sul confine francese si ripeterà un episodio analogo a quello di Cividale ad opera di un Reggimento della Divisione "Littorio". Sul confine occidentale facevano buona guardia contro le milizie golliste (i francesi ribelli del colonnello De Gaulle, fuggito a Londra in dispregio al legittimo governo che si era arreso dopo la sconfitta patita da parte dell'esercito tedesco con l'appoggio italiano) e contro le forze alleate che salivano dal sud d'Italia (c'era di tutto dai marocchini ai Gurka indiani, dai polacchi, agli ebrei, ai filippini, ai brasiliani …) le nostre splendide quattro divisioni addestrate in Germania e armate finalmente come si deve. Costituivano, assieme a due divisioni tedesche, l'Armata "Liguria" al comando del Maresciallo Graziani. Anche i tedeschi agli ordini di un italiano? Sì, anche i tedeschi. Non è scritto sui libri di storia, ma è Storia. Al Sud tutti i nostri bravi soldati del Corpo di Liberazione erano agli ordini dei comandi alleati perché l'Italia era ancora ufficialmente in guerra con le potenze Alleate. Era solo "cobelligerante" (parola inventata ad hoc). Al Nord, come sappiamo, i soldati tedeschi venivano pagati dalla RSI per difenderci, al Sud erano gli italiani a incassare il soldo degli occupatori e non in lire, bensì in Am-lire, cioè nella moneta emessa dalla Amministrazione Militare Alleata, unico detentore del potere nell'Italia arresasi l'8 settembre. Un tanto per la Verità e con tutto il rispetto per i combattenti in divisa dell'Esercito del Sud.

Altri reparti di minore entità (tra cui anche Fiamme Bianche) combattevano, inquadrati operativamente in divisioni germaniche, sul fronte adriatico. Sul mare gli scarsi mezzi della Marina Repubblicana sempre all'agguato, sempre pronti a morire per l'Onore in una guerra perduta da tempo. In cielo gli ultimi aerei dell'Aeronautica Repubblicana, quelli prestati dai tedeschi perché le nostre fabbriche non esistevano più, quelli che potevano alzarsi in volo solo se si riusciva a trovare il carburante (ed era sintetico, fatto col carbone dopo che i pozzi di Ploesti in Romania erano andati in fumo). E, una volta alzati, venivano giù uno alla volta, inesorabilmente, come uccelli impallinati dal cacciatore. I verdi prati della valle del Po furono il loro cimitero dal quale mani pietose oggi si chinano a ricuperare i pochi resti ancora incastrati nelle lamiere dei Macchi, dei Reggiane e dei Fiat.

Perdere sì, ma con Onore. Ma chi lo vuol capire, oggi? Anzi, chi lo può capire? Se la filosofia di ogni discorso è che comanda solo la parola Libertà, dove finisce il concetto di Onore? Vi siete mai chiesti perché all'estero questo Governo riscuota più fiducia dei precedenti? Perché la sua parola sia tenuta per buona malgrado tutti i tradimenti dell'Italia del passato? Che c'entri la presenza di qualcuno che non ha mai tradito?

 

Il crollo dello schieramento in Val Padana

Nel febbraio 1945 il plenipotenziario germanico in Italia generale delle SS Karl Wolff iniziò le trattative di resa con gli Alleati. Hitler non doveva saperne nulla e per questo Mussolini né alcun altro ne fu messo al corrente. In gran segreto Wolff si recò in Svizzera e fece l'accordo dal quale gli italiani della RSI erano esclusi. Abbandonati al loro destino. Per Mussolini chissà cosa fu deciso. Probabilmente che dovesse morire prima del crollo. Sta di fatto che pochi giorni dopo gli abboccamenti in Svizzera, il Duce fu sul punto di morire durante un attacco di aerei da caccia americani alla macchina su cui viaggiava. Era andato nel massimo riserbo a visitare la Brigata Nera di stanza a Castiglione delle Stiviere, poco distante dal Garda. Puntuali arrivarono gli aerei con la stella d'argento e fecero fuoco sulla colonna di pochi mezzi su cui, oltre al Duce, viaggiavano la piccola scorta italiana e quella tedesca. Ma anche lo stesso Wolff che si trovava in testa e, a differenza degli altri che morirono quasi tutti, non venne neppure sfiorato. Quale migliore alibi per il tedesco traditore? Purtroppo, bisogna dire purtroppo col senno di poi, Mussolini venne salvato dalla rapida manovra che il suo bravo autista fece ricoverando la macchina sotto il portico di una fattoria. Sarebbe stato un grande funerale di Stato e l'inumazione al Vittoriale accanto al Vate D'Annunzio. Che peccato. Lo aspettava invece il ludibrio di Piazzale Loreto, una vergogna dalla quale oggi invano i successori dei capi comunisti di allora cercano di lavarsi la coscienza. Forse l'idea del mitragliamento era stata dello stesso generale tedesco che voleva anche lui salvarsi la coscienza da quello che sarebbe poi avvenuto per colpa sua. Forse non lo sapremo mai.

In aprile il fronte italo-tedesco fu sfondato. Gli Alleati dilagarono nella pianura padana. Allora i partigiani calarono dalle montagne in cui si erano prudentemente tenuti fin che le forze italo-tedesche tenevano il fronte. Avendo avuto ordine di lasciar passare senza arrecare molestie i militari tedeschi, si volevano rifare sugli italiani, gli odiati fascisti. La caccia cominciò subito e fu portata avanti sino a che fu possibile. I fascisti si arrendevano con la promessa di poter tornare con un salvacondotto alle loro case. Deponevano le armi e ricevevano il salvacondotto firmato dai capi del Comitato di Liberazione, guarda caso sempre quelli di parte liberaldemocratica. Poi arrivavano i comunisti e aprivano il fuoco. Tanto i fascisti erano armati del solo pezzo di carta rilasciato dal CLN che oramai era niente più che un pezzo di carta. Così un esercito di quasi un milione di soldati coraggiosi che non avevano abbassato la bandiera davanti a nessuno, amici o nemici, veniva massacrato con l'inganno da bande di assassini con la stella rossa che dell'onore e della libertà non conoscevano neanche il nome.

Non tutti i reparti caddero nell'infame tranello. Sul lago Maggiore c'era un Battaglione di Legionari giuliani e dalmati, il "Venezia Giulia". Li comandava un giovane ufficiale di ventiquattro anni, nativo di Todi, in Umbria, la terra del grande Santo degli italiani, San Francesco. Aveva fatto la guerra e la guerriglia in Balcania dove comandava le bande serbe anticomuniste. Sapeva bene quanto valeva la parola dei partigiani comunisti. Li aveva già visti all'opera e gli bastava. Lui non si arrenderà. Ai suoi 500 legionari si aggrega un reparto di tedeschi che porta il gruppo a 1.000. Puntano su Novara dove stanno arrivando gli americani. Ma prima bisogna sfondare i blocchi posti sulla stretta via del lungolago. Basterà accerchiarli aggirando le montagne di notte col buio e il gioco sarà fatto. Con 200 prigionieri l'ufficialetto fascista (gli voglio così bene che mi permetto di chiamarlo così) arriva a Novara dove riceve gli onori militari dal comandante americano: "Voi siete i degni eredi dei combattenti d'Africa" gli dice lo Yankee stringendogli la mano. L'ufficiale verrà poi processato (eviterà la condanna a morte solo perché il suo accusatore verrà trasferito in tempo, un accusatore che anni dopo diventerà presidente della Repubblica) e dopo anni di galera verrà eletto prima senatore e poi sindaco di Latina, la sua Littoria. Il nome? Ajmone Finestra, attuale presidente (e chi più degno di lui?) dell'Unione Combattenti RSI.

Finestra e i suoi soldati furono portati nel campo di concentramento di Coltano, un'enorme distesa nei pressi di Pisa. Un campo infame in cui, vergogna delle vergogne, era rinchiuso in una gabbia all'aperto, come fosse una belva feroce, un vecchio malato ch'era il più grande poeta americano, un grande ammiratore di Mussolini, Ezra Pound. Il vecchio continuò a scrivere nella sua gabbia i "Canti Pisani". Campo infame, ma per i prigionieri repubblicani la salvezza. Molti non uscirono vivi, ma nelle piazze d'Italia si vide di peggio nelle "radiose giornate" che ogni anno a fine aprile si commemorano con riti solenni. Furono dai 50.000 ai 100.000 i morti ammazzati dopo finita la guerra. Militari, ma anche vecchi, donne, bambini, tutti comunque da eliminare.

Negli ultimi mesi di guerra ci fu un gran parlare delle "armi segrete" che avrebbero capovolto a favore dell'Asse i destini del conflitto. C'erano davvero quelle terribili armi? Sì, c'erano. Oggi si sa per certo che due rudimentali bombe atomiche vennero fatte esplodere dagli scienziati tedeschi nei boschi del nord e se ne trovano ancora adesso le tracce radioattive. Un ritardo forse di soli pochi mesi fece cadere i "nazifascisti" e salvò dalla possibile sconfitta i "capitalcomunisti".

 

La perdita dell'Istria e la mancata difesa di Trieste

Anche in Istria non tutti i reparti si arresero allo slavo invasore. Dove poterono svincolarsi, i nostri soldati ruppero l'accerchiamento e puntarono verso Trieste senza arrendersi. Così furono salvati migliaia di uomini. A Trieste però non giunsero mai se non a piccoli gruppi per lo più disarmati. Un ordine giunto dal Comando Generale la mattina del 30 aprile imponeva loro di deporre le armi e di tornare a casa essendo fallito anche l'ultimo tentativo di organizzare l'estrema difesa della città di San Giusto in accordo con il locale CLN. Fino all'ultimo si era sperato di arrivare a quel patto fra italiani che anche molti del CLN, compreso il comandante militare colonnello Peranna, volevano ardentemente. Molti soldati, l'intera Guardia di Finanza, buona parte della Guardia Civica confluirono nella formazione allestita in fretta e furia dal CLN, il Corpo Volontari della Libertà. Così almeno non ci fu, come invece purtroppo nel resto d'Italia, spargimento di sangue fraterno perché nessuno qui volle macchiarsi di un simile delitto.

Pochi, sicuramente insufficienti allo scopo, poco armati, indecisi sul da farsi, non osarono opporsi allo slavo (che poi, ricordò qualcuno, era un loro "alleato") che stava scendendo dall'altopiano e si limitarono ad una azione dimostrativa contro i tedeschi in ritirata provocando l'aspra reazione che ci si poteva attendere. Così affermano ancor oggi di aver liberato la città, loro, non le truppe di Tito che subito li scacciarono come nemici perché non erano slavi e non intendevano assoggettarsi al giogo dell'occupatore. Molti riuscirono a fuggire, ma altri, come l'intero gruppo dei finanzieri, vennero presi e avviati alle foibe del circondario di Trieste assieme a tanti altri sventurati caduti nelle mani degli sgherri slavocomunisti che, seguendo gli ordini avuti dall'alto, li precipitarono negli abissi. Dove ancor oggi attendono giustizia.

Pochi sanno che l'ultimo ordine di Mussolini, quando già si trovava a Milano in partenza per Como, fu quello che diede al Principe Borghese di schierare tutta la sua X Mas sul confine orientale. L'operazione non riuscì perché i reparti che defluivano sotto i micidiali attacchi aerei degli alleati dal fronte verso la Valle del Po vennero imbottigliati nei pressi di Padova dalle formazioni partigiane scese in pianura. Così a Trieste non giunsero mai. In precedenza anche dal Sud ci fu un tentativo di arrivare a Trieste prima degli slavi di Tito, ma naufragò per l'ostilità degli inglesi, fedeli alleati e protettori del Maresciallo (per conto del quale avevano raso al suolo l'italianissima città di Zara, la perla della Dalmazia).


La fine di Mussolini e del suo Governo

Molto controversa e ancora oggi avvolta in un fitto mistero è la fine del Governo della RSI. L'unico fatto documentato nel mare di frottole sparse a beneficio dei partecipanti all'oscura vicenda è un filmato di pochi minuti girato da un privato sulla piazza di Dongo in occasione della strage dei ministri repubblicani e di alcuni altri personaggi minori. Attraverso quel documento sicuramente originale almeno sappiamo come sono morti quegli eroici militari e civili fedeli fino all'ultimo alla parola data. Senza quella prova certa chissà quale fine gli avrebbero fatto fare a quei poveretti dopo averli trucidati come cani. Ma della cattura e della fine del Capo del Fascismo manca ogni documentazione o almeno non si trova traccia. Fatto molto strano perché la macchina fotografica fu inventata ben prima e di ogni episodio storico abbiamo non una ma centinaia di fotografie. E' legittimo sospettare che le foto ci siano ma non siano in linea con la versione che si è voluta dare agli avvenimenti. Forse alle Botteghe Oscure in qualche cassetto segreto c'è qualcosa. Chissà, un giorno, causa la rottura di un tubo dell'acqua … Le foto ufficiali cominciano dunque da Piazzale Loreto (e non si possono più cancellare, vero, onorevole D'Alema?), ma prima, in tutto quel tempo in cui Mussolini fu nelle mani dei partigiani non c'è uno straccio di documentazione. Solo chiacchiere, affermazioni l'una in contrasto con l'altra. Tutti eroi adesso che il leone è in gabbia. Ma prima … Non una foto piccola così. Perché? Perché? E perché nessuno ne parla come fosse la cosa più naturale del mondo? Tirate fuori le foto, signori partigiani, su tiratele fuori. Avete paura che vi cada la corona? Vediamo allora di ricostruire noi le ultime ore del Governo della RSI seguendo il buonsenso e la logica che sono, in assenza di documentazioni probanti, l'unica via da seguire. Scopriremo assieme la verità a lungo nascosta. Sappiamo (ma gli "storici" lo ignorano) che Mussolini disponeva di tre aerei (un SM 79, un SM 81, un Cant Z 506) sempre pronti a portarlo in Spagna, ma che non li volle usare. Sappiamo che la Svizzera si rifiutò persino di dare asilo ad Anna Maria, la figlia poliomielitica del Duce. Sappiamo dunque che il Duce non voleva e non avrebbe potuto fuggire. Chi parla di fuga è in malafede, ma tutti i libri lo fanno.

Partiamo da Milano, dalla Prefettura di Corso Monforte in cui il Capo del Governo si è portato da Gargnano nell'estremo tentativo di agevolare un indolore passaggio di consegne ai nuovi detentori del potere. Trova costoro, ma non sentono ragioni, vogliono vendetta, non giustizia, sono belve assetate di sangue. Pertini è il più inflessibile. Per lui Mussolini deve essere ucciso come un "cane tignoso". Altro che passaggio di consegne. Mussolini è un eterno ingenuo (basta la vicenda di Villa Savoia per capirlo), ma non al punto di non capire che lo vogliono morto, anzi vorrebbero portarlo a piedi fra gli sputi e le percosse per le vie di Milano perché hanno già deciso di appenderlo in piazzale Loreto. Non lo sa, ma lo intuisce dagli sguardi truci dei suoi interlocutori. Niente resa al CLN, bisogna pensare ad un'altra soluzione che salvi non lui ma i suoi fedeli. In Prefettura ha appreso che Wolff si è arreso lasciandolo all'oscuro di tutto. Si sente tradito e circondato. Chissà la sorte che quel bravo Wolff gli ha riservato. Prende la decisione di far presidiare la città dal corpo più neutrale delle sue Forze Armate, la Guardia di Finanza Repubblicana, abbastanza forte per reggere quel peso. E si avvia verso la famosa Ridotta della Valtellina, la RAR, Ridotta Alpina Repubblicana, che gli era stata proposta dal Federale Porta e caldeggiata dal fido Pavolini, il Segretario del Partito di cui (a ragione) si fida ciecamente. Gli dicono che la Ridotta è approntata. Si parte. La città è calma e l'intero viaggio fino a Como, prima tappa verso la mitica Ridotta, si svolge senza problemi. I partigiani sono ancora sulle montagne.

Poi, forse preoccupato dalle notizie che gli forniscono informatori in malafede, Mussolini sembra improvvisamente cambiare programma, ma, come sempre, non si confida con nessuno. Non si capisce cosa aspetti a partire. Il tempo passa e lui non si muove dal lago. La strada per la Valtellina è libera e ogni ora che passa può essere fatale. Pare che aspetti un segnale che non arriva. Finalmente saluta la moglie Rachele e se ne va da Como senza neppure avvertire Pavolini. Cosa ha in mente? Adesso, non vedendolo arrivare, i presidi lungo la strada per la Valtellina anziché essere rinforzati (a Como sono acquartierati 5.000 uomini) sono stati ritirati. A Dongo c'era una ventina di uomini della Brigata Nera di Como. Ritirati anche quelli. Dongo, passaggio obbligato per arrivare a Sondrio, può venir occupata dai partigiani azzurri della 52° Brigata costituita anche da finanzieri che hanno aderito al CLN e sono fedelissimi al colonnello Malgeri. Si sistemano nel Municipio da dove è appena uscita la Brigata Nera. Fanno un posto di blocco senza convinzione e aspettano gli eventi. Ma forse qualcuno di loro sa che è in arrivo l'uomo che aspettano. L'uomo da consegnare secondo i patti agli americani. Sta scritto negli accordi di Yalta e perfino il CLN di Milano è d'accordo, come rivelerà quasi in punto di morte Leo Valiani, uno dei grandi capi del CLN.

Adesso, messo da parte il sogno dell'ultima barricata su cui cadere "con il sole in faccia", il Duce ha in testa una sola idea. Vuole evitare ogni ulteriore spargimento di sangue. Ormai sarebbe inutile. E poi c'è il domani. Meno ne rimangono di vivi fra i suoi fedelissimi e più duro sarà il futuro del Fascismo e dell'intera Nazione. "Se avranno me, gli altri saranno salvi. Morto me sarà tutto finito." (Povero Benito, tu non li conosci i comunisti, sono passati sessanta anni e ancora ti danno la caccia a te e ai tuoi fedeli soldati, macché soldati, bande di delinquenti, sono loro i veri, gli unici, combattenti). Prende la decisione di consegnarsi e pensa subito alla sua Guardia di Finanza ancora in armi a Milano e anche su, nelle stazioncine di montagna. Ma come trovare un contatto? Lo troverà, ma solo dopo aver penato per ore e ore nell'autoblinda del Federale di Pistoia Idreno Utimperghe, mentre il terzetto dei suoi "amici" tedeschi (Birzer, Kisnatt e Fallmayer) studia il modo di venderlo al nemico al miglior prezzo. Una volta nelle mani della Guardia di Finanza col patto di essere consegnato agli americani che dovranno processarlo e ai quali potrà mostrare le carte compromettenti di Churchill, prima si meraviglia che l'abbiano arrestato ("Ma no, Eccellenza, Vi abbiamo solo fermato" gli dirà scusandosi il brigadiere Antonio Scappini), poi ringrazia per iscritto per il buon trattamento ricevuto. E' molto strano che i finanzieri che lo hanno in custodia esigano questa dichiarazione, ma nessuno sembra poi averci fatto tanto caso. Di certo qualcuno l'aveva pretesa. Perché? Rimane disciplinatamente in attesa della consegna agli americani che tardano ad arrivare, quando all'improvviso viene rapito da un certo capitano Neri, alias ragionier Canali, che lo fa suo prigioniero personale e per non farselo portar via a sua volta (in giro ci sono almeno tre pattuglie alla caccia del Capo della RSI, una è americana, l'altra è inglese, la terza comunista) lo conduce da certi suoi amici che lo devono ospitare per la notte con tutti i riguardi, lui e la sua compagna che ha voluto seguirlo invece di prendere l'aereo ch'era pronto per lei con destinazione Madrid. I coniugi De Maria, due quarantenni, brave persone che nessuno sospetterà abbiano in casa il Duce che tutti cercano e non trovano, non sanno con chi hanno a che fare, ma eseguono gli ordini del Canali e cedono la loro stanza per la notte ai due personaggi di riguardo. Canali, prima di andar via nella notte, mette due suoi fidati alla porta della stanza. Non devono lasciare entrare nessuno per nessun motivo. Del resto chi ci arriverebbe fin là? Il Duce consegna ad un prete partigiano un paio di pagine scritte poco prima. Il prete emigrerà in Sud America e del documento non si saprà più nulla. Chi lo ha in mano? E perché si rifiuta di esibirlo? Da questo momento comincia il mistero fitto come la pece. Chi viene all'alba (verso le 5 e mezza) a prelevare i due prigionieri? Canali e la sua amica Gianna? Chi spara a bruciapelo sui due davanti alla stalla della palazzina dei De Maria? Neri e Gianna? O piuttosto il Commando inglese guidato dal fantomatico capitano John e con al seguito il partigiano (e futuro ingegnere) Bruno Lonati? La morte risale nella autopsia di medici neutrali (quelli ufficiali vennero chiamati a sottoscrivere la pura versione ufficiale dei fatti) alla mattina molto presto. Invece la versione fabbricata poi a tavolino la fa risalire al pomeriggio e come avvenuta in un luogo di comodo dove il "giustiziere del popolo" avrebbe pronunciato una sentenza "in nome, appunto, del popolo" del quale, da sempre, i comunisti si ritengono gli unici legittimi rappresentanti. Ma anche questa volta il diavolo dopo aver fatto le pentole, non fa i coperchi. Bisognerà rimboccarsi le maniche e ricostruire ex novo la sceneggiatura della cattura e dell'esecuzione del mostro. Quel mostro che non ha permesso agli amici del compagno Stalin di spadroneggiare nel nostro Paese fin dal 1922.

La sceneggiatura deve avere uno scopo preciso. Passare il Duce per un vigliacco e uno spaccone, un traditore del popolo. Infatti è il dopo che preoccupa gli sceneggiatori. Se no sarebbe facile. Ormai è morto e più che morto non si può. Passata la buriana, gli italiani, tutti gli italiani non solo i fascisti, ricorderanno il grande uomo che li salvò dal comunismo e che costruì città e palazzi di cui rimane il segno in ogni angolo d'Italia. Bisogna evitare che gli facciano un monumento. Pazienza gli americani che lo hanno sempre avuto in simpatia e che se lo avessero preso gli avrebbero fatto un processo all'acqua di rose riconoscendogli più meriti che colpe (guai se l'avessero preso, ossia salvato, lo ammette perfino un D'Alema). Ma gli italiani, agli italiani bisognava pensare.

Cosa gli facciamo dire davanti al nostro plotone d'esecuzione (che non è mai esistito)? Che lui si sentiva uno schiavo di Hitler e lo seguiva come un cagnolino segue il suo padrone? Ma no, è troppo poco. Ci vuol altro. Ci vuole la promessa "Ti darò un impero se mi liberi". Questa avrà più presa, piacerà di più. (Ci vorranno quaranta anni perché un certo Veltroni si decida a scrivere sull'Unità che quella fu una brutta invenzione. Mussolini disse: "Sparate al petto". Una piccola differenza, ma tanto sono false tutte e due perché non ci fu nessun plotone di esecuzione).

Bisognava cominciare con lo stabilire il nome del giustiziere. Chi? Chi più degno del comandante dei partigiani comunisti in persona? Chi più degno di Luigi Longo, il fiduciario di Stalin in Italia? E' lui che sotto il nome di colonnello Valerio si reca con la lista in mano (in cui c'è anche Benito Mussolini perché a chi lo aveva scritto non risultava che qualcuno l'avesse portato via) a far fucilare nella piazza di Dongo i ministri fascisti dopo che si è resa impossibile la fucilazione pubblica in piazzale Loreto di tutti quanti, come primo atto del nuovo corso in Italia con loro al comando. (Poi ci ripenseranno e decideranno di cambiare il nome del giustiziere. Toccherà, guarda caso ad un altro ragioniere, un certo Walter Audisio, che dovrà assumersi quel ruolo per ordine del Partito, ma in cambio avrà il seggio in Parlamento … purché non parli. Perché scelsero un ragioniere come Canali? Una bella domanda.) Ma Valerio sa bene che Mussolini non è col gruppo dei ministri. Lo sa perché prima di Dongo era andato a Bonzanigo dove gli avevano detto che in casa De Maria avrebbe trovato l'uomo che cercava. Un uomo vivo, naturalmente, da portare assieme agli altri a Milano per la grande festa in piazza. E chi ci trova davanti a casa De Maria prima ancora di mettervi piede? Ci trova due cadaveri e due deficienti col fucile in braccio che balbettano di non saperne nulla. E allora che ci può fare il povero colonnello Valerio con quei due cadaveri al posto di un Mussolini vivo? E quel cadavere di donna che non è certo Donna Rachele, che c'entra quello? Longo è furioso, non sa che pesci pigliare. Intanto fa portare i due morti nel garage di un vicino albergo. Poi, visto che la festa a Milano non si può più fare, decide di fare la mattanza a Dongo. Infine si ritira a meditare sul da farsi, mentre il povero neosindaco di Dongo, Rubini, urla che lui non ci sta, che lui aveva dato la sua parola che ai prigionieri non sarebbe stato torto un capello. Altro che capello, ci vuole un acquazzone amazzonico per pulire la piazza da tutto il sangue che la allaga.

Valerio alla fine decide per la fucilazione di Mussolini e della Petacci, ma non certo a Milano, in un posto nascosto dove nessuno possa vedere che vengono fucilati due cadaveri. E l'autopsia? Penseranno anche a quella, ma dopo, con calma. Intanto andranno tutti a Piazzale Loreto, dove li esporranno al pubblico, poi qualcuno di buona testa penserà alla versione da dare. Non sarà la stessa cosa del processo popolare, ma sarà sempre un gran spettacolo. A Milano spiegherà tutto ai suoi amici. "Ma non dovevi portarli vivi? E adesso che ci facciamo con questi cadaveri? La gente mica è scema, la gente li voleva vedere fucilare." Lui non sa che rispondere. Prima si tira fuori di tutto e meglio è.

Ma intanto e prima di tutto bisognerà punire esemplarmente i responsabili della mancata grande festa di Milano. Ma chi? Chi sono i responsabili? Non possono essere altri che Canali e la sua Gianna. Bisognerà farli fuori prima che parlino. Si va per le spicce. Nel giro di pochi giorni uno dei due partigiani che avevano in custodia i due prigionieri, viene trovato morto. Suicidato. Lo segue il Canali, scomparso nel nulla. Poi è la volta della Gianna, finita annegata nel lago di Como. Rimane uno solo dei quattro che hanno visto, il giovanissimo partigiano Sandrino, ma lui è un compagno di parola, non è uno che parla. "La mia vita vale più di quattro milioni" dirà a Giorgio Pisanò che gli presenta il grosso assegno a lui intestato. E aggiunge: "Saprai tutto quando sarò morto perché lascerò tutto scritto". Ma quella carta, che pure esiste, non verrà mai fuori. Passata di mano in mano e poi sparita nel nulla. Come tutto il resto. Il povero Pisanò la cercò tutta la vita. Inutilmente. Bravi questi comunisti a nascondere la verità a tutti i costi.

 

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