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Il Piccolo 06/07/05

Clara Morassi Stanta ha perso, in quel maggio 1945, il padre Gino Morassi e lo zio Giovanni Bramo. «Mio padre - ricorda - aveva 52 anni, era commerciante nel settore alimentare ed era presidente della Provincia, ma allora si diceva preside: quando lo vennero a prendere lo salutammo pensando che lo avremmo rivisto dopo un paio di giorni. Non è più tornato. Mio zio, studente di medicina, aveva 24 anni. Si presentarono nell’azienda di famiglia in via Codelli cercando suo fratello maggiore. Non lo trovarono e presero lui. Non ci fu nemmeno il tempo di salutarlo...»

Oggi Clara Morassi Stanta è la presidente del Comitato congiunti dei deportati in Jugoslavia. «Da sessant’anni aspettiamo, chiediamo, speriamo. Trovando però tutte le porte chiuse, portandoci addosso il peso di tutto questo silenzio. Se qualcosa adesso si muove, beh, ben venga. Comunque è tardi, ma è sempre ora che accada. Sì, diamo atto al sindaco Vittorio Brancati dell’impegno che sta mettendo su questo tema, sul quale ha trovato la sensibilità anche del sindaco di Nova Gorica Brulc: li apprezzo per questo».

g. bar.

I brani che seguono sono tratti dal diario di Mafalda Codan che venne arrestata a Trieste, dove si era rifugiata, ai primi di maggio del 1945.
Anche il padre e gli zii della giovane donna, commercianti e possidenti, erano stati arrestati e infoibati in Istria nell'autunno del 1943.

tratto da Foibe: 60 anni di silenzi


Il 7 maggio 1945 [...] prendo un libro e vado in giardino. Appena uscita mi trovo davanti tre partigiani comandati da Nino Stoinich con il mitra spianato. Prima di tutto si rallegrano dell'orribile morte dei miei cari e poi mi intimano di seguirli. Vestita come sono, senza poter più né entrare in casa né salutare la mamma, devo seguirli. Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina.[...] Prima sosta, Visinada. Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. S. mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri, tutti cominciano a insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. [...] A Santa Domenica mi portano davanti alla casa di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, chiamano sua madre, vogliono farla assistere alle mie torture per ricordarle il martirio della sua Norma. La signora, nonostante le severe intimazioni, si rifiuta di uscire, la trascinano a forza sulla porta e, appena mi vede in quelle condizioni, cade a terra svenuta. [...]

Siamo arrivati davanti a casa mia. [...] Si raduna subito una folla scalmanata e urlante: il tribunale del popolo. Stoinich tira fuori un foglio e comincia a leggere le accuse: infondate, non vere, testimonianze false, imposte. Vedo i miei coloni e molte persone aiutate e mantenute gratis da mio padre. Non posso credere ai miei occhi, sono gli stessi che prima "veneravano" la mia famiglia e si consideravano amici, ora sono qui per condannarmi e gridare "a morte". Sono diventati tutti un gregge di pecore, fanno ciò che è stato loro imposto di fare, ora seguono chi comanda, chi promette loro la spartizione delle terre dei padroni. Non posso stare zitta, urlo anch'io, non posso puntare il dito contro quelle bestie mostruose solamente perché ho le mani legate, li chiamo allora per nome, li accuso della morte dei miei cari, dei furti commessi, dei soprusi, dei debiti mai pagati... e da accusata divento accusatrice. [...] Nell'ex dopolavoro mi attendono tre donne. Mi legano a una colonna in mezzo alla sala, a sinistra e a destra mi mettono due bandiere slave con la stella rossa e sopra la testa il ritratto di Tito. È un druze grande e grosso che dà il via al pestaggio. Con tutta la sua forza comincia a percuotermi con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che noti riesco più a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di fissare negli occhi chi mi picchiava. Le sevizie continuano, le donne mi colpiscono con grossi bastoni, con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie ma non ci riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta le palpebre gonfie, ferite e chiuse: "Apri gli occhi che te li levo" mi grida. [...] Più tardi mi fanno fare il giro del paese legata a una catena come un orso, mi segue un codazzo di bambini divertiti. [...] Arriva un carro, mi fanno salire, fanno correre il cavallo e io devo stare in piedi. Le continue scosse mi fanno cadere e, ogni volta, un colpo di mitra mi rialza. In quelle condizioni giro diversi paesi. [...] A Parenzo mi portano nel piazzale del Castello, ora caserma, dove sono radunati gli uomini. [...] Quello che si scaglia furibondo contro di me è Ziri, un mio ex colono che ha avuto tanto bene da mio padre. Dice di essere felicissimo di vedermi in quelle condizioni e spera che tutta la famiglia sia distrutta per essere lui il padrone dei nostri campi.

[Nel castello di Pisino] Tutte le notti, un partigiano dalla faccia cupa e torva, entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti sono attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo [il fratello diciassettenne, detenuto e torturato nel medesimo carcere] e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. [...] Una notte la porta si apre e subito mi assale il terrore, questa volta sul foglio c'è anche il mio nome. [...] Io vengo legata braccio a braccio con una giovane incinta. Ci conducono sullo spiazzo del castello dove ci attendono due camion già pieni di prigionieri, con i motori accesi. Ci caricano sul secondo, chiudono le sponde e vien dato l'ordine di partire. In quell'istante arriva di corsa un ufficiale con un foglio in mano e grida: "Alt! Mafalda Codan giù". Mi sento mancare, tremo tutta […]. Il capo mi prende per un braccio, mi accompagna in una casetta di fronte al carcere, mi getta in una stanza buia e mi chiude dentro. [...] Al mattino gli aguzzini tornano felici di aver ucciso tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova "residenza" e mi chiede: "Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare" […].

Una mattina un druze mi accompagna al Comando. Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due uomini dall'apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l'uniforme, l'altro è in borghese. "Hai visite" mi dicono, aprono una porta ed entrano quattro donne scalmanate. "Come? E' ancora viva?" chiedono arrabbiate. "Perché non è "partita" con gli altri? ". Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo proibiscono. Mi accusano di cose inaudite e allora urlo anch'io e, anche questa volta, da accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il calvario della mia famiglia iniziato con l'occupazione slavo-comunista del settembre 1943. Ho annotato tutto nei minimi particolari, ore, giorno, mese, avvenimenti, parole dette, tutto [...] e completato con fotografie, documenti importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non si possono negare, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora racconto ai giudici tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di essere innocente, non ho paura di nessuno. [...] Da quell'istante la mia vita cambia. I due capi hanno capito che non ho fatto niente di male. [...] Riacquisto subito la semilibertà, giro da sola senza la scorta di guardie armate e divento la donna di servizio della moglie di Milenko, uno dei capi. È un giovane dalmata, laureato in legge, parla abbastanza bene l'italiano e il francese ed è molto umano. [...] Mangio con loro e, alla sera, ritorno in prigione. Mi trattano umanamente, ma tra noi rimane pur sempre uri rapporto schiavo-padrone. [...] Potrei scappare ogni giorno, ma i miei principi e la parola d'onore data, mi impediscono di farlo. Per nessuna cosa al mondo tradirci la fiducia delle persone che hanno creduto in me. E intanto, pian piano, il grigio sconforto che mi aveva colmato il cuore e la mente negli ultimi mesi, comincia a dissiparsi.

E' il terzo giorno (della famosa "quarantena titina") in cui la città di Trieste è sotto il controllo dell' "esercito" di Tito. In città il clima è di festa a seguito della capitolazione delle forze armate tedesche. Il popolo di Trieste però ancora non si è reso conto di ciò che lo attende.

tratto da Foibe: 60 anni di silenzi


(…) Il 5 maggio Trieste aspettava ancora di dimostrare la sua gioia per l'avvenuta liberazione. Il prepotente bisogno di esternare i proprio sentimenti in qualche modo non poteva più essere trattenuto. Era una mattina di sole e la primavera si faceva sentire con un impellente impulso di esultanza (...).
Così nacque quella manifestazione dopo tanti anni di schiavitù, in una presunta atmosfera di libertà, che doveva venir invece soffocata nel sangue innocente di 15 vittime. (...).
Già durante la prima mattinata si notava un movimento insolito (...).
Allorché dai quattro punti cardinali della città il popolo triestino saturo di impazienza si mosse, convergendo al centro, si effettuò il miracolo di fede tanto contenuto. Tutta la città si ammantò di tricolore. Vecchi e giovani, uomini e donne, radicali ed estremisti, tutti affratellati in un unico sentimento gridarono il nome della loro fede: Italia! (...) Mentre la marea di popolo si avviava lungo il Corso in direzione di Piazza Goldoni, cantando gli inni della propria passione, ad un tratto si udì un miagolare di mitragliatrice. Lo stupore più che il terrore, inchiodò per un attimo la massa del popolo allibita. Ma allorché si vide il terreno cospargersi di caduti e il sangue zampillare dalle ferite, il raccapriccio si impossessò degli animi ed un insano spavento primordiale attanagliò i cuori, Tutto sarebbesi aspettato tranne tale ignobile ed ingloriosa carneficina. I "drusi" ( l' "esercito" titino N.d.R.) curvi sulle armi, con il ceffo contratto in un'orribile smorfia di sadico piacere, sparavano all'impazzata sulla folla inerme. (...) Dopo l'inevitabile fuggi fuggi seguito alla sparatoria, e il conseguente ritiro delle bandiere tricolori dalle finestre per ovviare inutili rappresaglie, la calma tornò. Era una calma funebre però. Le strade ridivennero deserte e il corpo straziato delle vittime rimase in balia degli assassini i quali lo gettarono nel deposito mortuario all'ospedale (...).
Ecco i nomi delle vittime (che non troverete nei libri di storia, N.d.R.):

Per i morti:
1- Graziano Novelli, anni 20;
2- Carlo Murra, anni 19;
3- Mirano Sanzin, anni 26;
4- Claudio Burla, anni 21;
5- Giovanna Drassich, anni 69.

Per i feriti:
1- Albino Canaletti;
2- Manlio De Mattia;
3- Tancredi Kolarski, rimasto invalido;
4- Camillo Carmeli;
5- Angelo Cavezza;
6- Antonio Kreiser
7- Augusto Mascia;
8- Pina Solimossi;
9- Renato Artico
10- Marialuisa Fonda.


Il sangue di questi innocenti fece bella mostra di sé per parecchi giorni, sin tanto che la pioggia non lo lavò cancellando la traccia materiale, ma non riuscendo a togliere dall'animo dei triestini il ribrezzo e il disprezzo per i volgari assassini.
(...)
Tre mesi dopo, allorché il popolo triestino recavasi sul posto dell'eccidio per deporre delle corone in memoria dei suoi innocenti figli, una contro dimostrazione "progressista" tentò di turbare la sacra cerimonia, ma ebbe il fatto suo. Con coraggio, e meravigliati dell'inaspettata reazione, i manigoldi dell'unione antifascista italo-slava se la diedero a gambe. Più tardi quelle gentildonne del D.A.I.S. ( donne antifasciste italo-slave) approfittando dell'assenza di sorveglianza staccarono le corone e con i nastri si pulirono le scarpe (..).
Il 5 maggio tramontava in un'atmosfera cupa e tragica.

5 maggio 1945: Caduti per la libertà

Il 5 maggio 1945 di fronte ad un corteo spontaneo di migliaia di triestini inneggianti all'Italia i titini sparano sulla folla. Cinque manifestanti cadono sotto il piombo dell'invasore, altre decine rimangono ferite.

articolo di Paolo Radivo tratto da [TriesteOggi] del 6 maggio 2004


Quella mattina di 59 anni fa, finito il coprifuoco (che durava fino alle 10), un drappello non certo cospicuo di donne, bambini, operai e tramvieri fu fatto dirigere dal nuovo potere costituito verso piazza Unità per manifestare, con tanto di bandiere e cartelli, a favore della Jugoslavia, oltre che della "Fratellanza italo-slovena".
Per reazione una passante sventolò vicino all'Hotel de la Ville un tricolore italiano davanti ad alcuni soldati neozelandesi. Uno di questi afferrò la bandiera, la sventolò e se la legò al collo. Alcuni passanti, presi dall'entusiasmo per questo inatteso gesto, portarono il milite in spalla fin sotto la prefettura e il municipio e poi tornarono davanti all'Hotel de la Ville, che pochi giorni prima era stato requisito dagli jugoslavi dopo l'allontanamento dei tedeschi. Un ufficiale titino uscì dall'edificio e si pose sulla scaletta di un camioncino sottratto ai tedeschi chiedendo alla gente lì radunata che cosa volesse. La risposta pare sia stata "Italia, Italia". Intimorito sia dalla chiarezza della risposta sia dal numero crescente di manifestanti, l'ufficiale pare abbia sostenuto che Tito non voleva Trieste, ma solo il benessere della città.
Incurante, la folla proseguì verso piazza Tommaseo. Una parte continuò per piazza della Borsa e per corso Italia, un'altra risalì per via San Nicolò e, all'altezza di via Roma, via San Spiridione e via Dante, confluì nel folto corteo che spontaneamente si era formato. Diffusasi infatti la notizia della bandiera italiana "presa in carico" da un soldato neozelandese, erano cominciate ad affluire in zona sempre più persone. Alle finestre di casa molti esposero i tricolori italiani,
alcuni ancora con lo stemma sabaudo, altri con un buco in mezzo. Delle bandiere vennero anche lanciate dalle finestre ai dimostranti, che le presero e le sventolarono ben volentieri in un clima di festa e di ritrovata libertà.
Nel frattempo il piccolo corteo filo-titino si era ben che dileguato.
Una volta che il corteo ebbe raggiunto piazza Goldoni, ci fu chi propose di andare a San Giusto, ma il capitano in congedo
Bruno Gallico "contropropose" di recarsi al sacrario di Oberdan. Cantando "Fratelli d'Italia", migliaia di manifestanti (c'è chi ha detto addirittura 50mila) tornarono in corso e girarono alcuni per via Imbriani, altri per via Dante. La polizia titina, fortemente preoccupata, prima tentò invano di disperdere i manifestanti, poi sparò sulla folla tra corso Italia e via Imbriani uccidendo Claudio Burla, Giovanna Drassich, Carlo Murra, Graziano Novelli, Mirano Sancin e ferendo altre dieci persone, che furono ricoverate all'Ospedale Maggiore.
Anche le bandiere italiane ai balconi furono crivellate di colpi.
I manifestanti, presi dal panico, cercarono di mettersi in salvo, ma il caos e la paura provocarono ulteriori ferimenti. I miliziani titoisti corsero dietro a chiunque si trovasse a tiro, persino dentro gli edifici privati. Del resto non riconoscevano certo la proprietà privata... Alcuni salirono sui tetti per meglio controllare la situazione. Nel frattempo i prelevamenti di italiani a scopo di arresto, deportazione o infoibamento si accentuarono.
Il comandante delle truppe neozelandesi di stanza in città, generale Freyberg, convocò la sera stessa nel palazzo del Lloyd alcuni ufficiali sia jugoslavi sia neozelandesi minacciando un intervento armato nel caso fossero sopraggiunte altre truppe con la stella rossa. Ovviamente il generale informò i sui superiori di quanto era accaduto. Pare sia stato proprio questo sollecito di Freyberg a smuovere gli alti comandi anglo-americani, che fino ad allora avevano nicchiato.
L'esito fu per intanto che le autorità jugoslave di occupazione, presentatesi il 3 maggio in qualità di Comando supremo
della Slovenia che aveva proclamato lo "stato di guerra" (!!!), cominciarono a parlare di Settima Federativa: magra consolazione, si dirà... Il giorno successivo, coprendosi di ridicolo, fecero pubblicare su "Il nostro avvenire" un articolo in
cui attribuivano la colpa della strage ai fascisti e alla Gestapo, che avrebbero sobillato e organizzato la folla.
Facciamo presente che tanto i fascisti quanto i nazisti si erano dileguati da Trieste prima del 30 aprile, lasciando che
a combattere contro i volontari della libertà e i titini fossero essenzialmente i soldati della marina da guerra tedesca. Ma
ormai il 5 maggio i combattimenti in tutta la Venezia Giulia erano terminati. Per giunta i dimostranti italiani non erano
armati se non di qualche bandiera e di tanta speranza. La loro falcidie fu dunque assolutamente gratuita.
Purtroppo la notizia della strage non ebbe vasta eco in Italia, dove il governo e i partiti del Cln, evidentemente ben "consigliati" dagli anglo-americani e dai russi, non avevano interesse a creare un "caso Trieste" nel momento in cui sull'Europa stava calando la "cortina di ferro". Né alla "stampa libera" importava molto della faccenda...
Eppure i tragici eventi del 5 maggio 1945 davano un quadro molto preciso della situazione: la città era occupata da
truppe straniere, che non esitavano a sparare sulla folla straripante che osava manifestare pacificamente e gioiosamente
la sua volontà di tornare all'Italia. Ma forse in Italia l'ordine del nuovo potere ciellenistico era di dimenticare questi sventurati e ingenui fratelli in previsione della rinuncia a quei territori...

 

articolo di Paolo Radivo

tratto da [TriesteOggi] del 6 maggio 2004

Abbiamo ricevuto alcune email con le quali i nostri lettori ci hanno chiesto aiuto per ritrovare parenti o amici persi nei tragici mesi dell'esodo. Le riportiamo nella speranza che qualcuno ci possa aiutare.

Chi avesse notizie di queste persone è pregato di scriverci: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Bossi Rina Vittoria da Zara

Sto cercando, ormai da anni di trovare delle informazioni su una persona, mia bisnonna, di cui dopo la seconda guerra mondiale non siamo più riusciti ad avere notizie.
Lei si chiamava Bossi Rina Vittoria ed era nata nel 1906 il 22 dicembre.
Lei risiedeva a Fiume dove ha avuto un figlio Evilio Wild (mio nonno) e si è poi trasferita a Zara.
Dopo di questo non sappiamo più nulla tranne che si era sposata con un certo Corrado Leuzzi o Leuzi che probabilemnte faceva il carabiniere e dovrebbe aver avuto dal marito due figlie.
Da quel che sappiamo poi sono scappati in italia ma di loro non si trova traccia.
Potete aiutarmi in qualche modo, segnalandomi magari a chi devo rivolgermi.
Infinitamente grazie Valentina Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Luigi Agapito e Caterina Agapito a Pinguente

Il mio nome é Victor Hugo Ponce Agapito abito ne la Argentina citta di Mendoza e con referenza al articolo: " LeFoibe d'Istria...... " o trovato con pesare il nome dei miei zii Luigi Agapito e Caterina Agapito vitimi di quest'orrore a Pinguente.
Io avevo notizie di loro per antiche lettere che ancora conservo.
Loro figli ( 4 fratelli e 2 sorelle)) scriverono a mia famiglia raccontando i sucessi. Dopo loro furono a Trieste e non avevamo avuto piú notizie di loro.
Voglio conoscere qualcosa di quei fligli e di miei zii Luigi e Caterina. Vi domando qualche informazione di loro
Grazie Tante pronta ripostta
Arq. Victor Hugo Ponce Agapito

Vittoria Bossi nata a Fiume

Sto cercando di avere notizie su mia bisnonna.
Si chiamava Vittoria Bossi (figlia di Lea) e nata il 22.12.1906 a Fiume.
ha emigrato a Zara il 12.4.1932 come cittadina italiana e nel 1936 si è sposata con il signor Leuzi Corrado (forse un carabiniere) con il quale probabilmente è immigrata in Italia.
Chi ha notizie su di lei vi prego di comunicarmele.

Giuseppe Anzelmo a Trieste

Sto cercando un mio parente scomparso nel 45 a Trieste. 
Faceva il carabiniere si chiamava Anzelmo Giuseppe, forse è stato deportato, come potrei fare per avere notizie più dettagliate? Ringrazio anticipatamente. 
Diego

Egidio Loi a Pola

Cerco notizie di Egidio Loi, 23 anni, proveniente dalla Sardegna, nel 1945 faceva il carabiniere ausiliario a Pola.
Nell'aprile 1945 la famiglia ebbe sue notizie.
Poi la famiglia seppe che fu fatto prigioniero e deportato in campo di concentramento in Iugoslavia ma vicino all'Italia.
Dopo i prigionieri del campo furono trasferiti per ignota destinazione.

Si sa che Egidio in quel periodo si sposò con una ragazza del posto, certa Giulia Giovannini dalla quale ebbe un figlio Giancarlo che perì tragicamente a Venezia nel 1968 nell'incendio della nave sulla quale prestava servizio.
Qualsiasi informazione sarà gradita.
Grazie di tutto.
Cordiali saluti
Giampaolo.

Antonio Cacciola a Pola


Buongiorno,
mio nonno Antonino CACCIOLA faceva il Carabiniere e poi il Milite repubblichino a Pola. Nel giugno del 45 è partito insieme a numerosi altri suoi commilitoni, tra i quali Michele PULCINELLA e Domenico FRACELLA., per ignota destinazione. Da allora non se ne è saputo più nulla.
Ricerchiamo notizie.
Nino B.

Severino Scarabello a Zirona Piccola

Mio nonno, Severino Scarabello era a Zirona Piccola nel 1943, era un semplice maestro e non ha fatto piu' ritorno in Italia.
Un suo collega disse di aver assistito alla sua fucilazione per mano dei partigiani comunisti di Tito.
Vorrei sapere di piu' sulla storia di quell'isola nel 1943 e se proprio li' ci sono fosse comuni o sono stati ritrovati corpi di italiani.
Il mio desiderio e' ovviamente quello di ritrovare almeno la salma di mio nonno.
Aveva circa 32 anni, era alto, moro, un uomo conosciuto e amato da tutta la popolazione di Zirona, come lui stesso scriveva nelle lettere.
So che forse non potete dirmi nulla di preciso, ma qualunque informazione mi sara' graditissima.,
grazie.

Eleonora

Giuseppe De Felice a Fiume

Gent.ma associazione, vorrei avere notizie di un mio parente:De Felice Giuseppe ( nato nel 1918 ) a Conca della Campania (Caserta)
Nel 1945 era in servizio nella Polizia Italiana a Fiume.
Grazie

De Felice P.

«Mio padre infoibato» - Giorgio Bianchi racconta quegli anni tragici «Ce ne andammo senza nulla»

«Mio padre ha avuto la sfortuna di essere titolare del principale Caffè di Capodistria. Lui non faceva parte di nessun partito, non era schierato. Era semplicemente un italiano». Giorgio Bianchi, 81 anni, una vita da farmacista, ricorda molto bene quegli anni, il 1945 in particolare, quando suo padre sparì in una foiba.

«Fu una pulizia etnica, sulla pelle degli italiani» continua a raccontare. «Erano le 10.30 del 5 maggio 1945 quando due uomini armati sono entrati in casa mia, a Capodistria e hanno portato via mio padre». Giorgio Bianchi era scappato pochi giorni prima, il 30 aprile, andando a vivere a Venezia. La madre rimase ancora un anno in Istria, girando per i campi di concentramento in cerca di notizie del marito. «Abbiamo sentito solo delle voci: ci hanno detto che lo avevano portato in un paesino, poi qualcuno ha detto che era stato infoibato a Buie. Ma non abbiamo avuto mai una prova di dove fosse finito». Un anno dopo la donna venne prelevata, portata al piroscafo e fatta imbarcare a forza. Non potè portare nulla con sè. «Abbiamo capito cosa sarebbe successo agli italiani già dall'8 settembre del 43: improvvisamente ci siamo trovati con due nemici, gli slavi e i tedeschi». C'è chi come Bianchi ha perso il padre infoibato, e chi come Adriana Tegner (moglie del sindaco di Sospirolo) è riuscita a fuggire nel 1945 da Pola con la madre e le sorelle, raggiungendo il padre che già era scappato prima: «Siamo venuti via senza niente, abbiamo dovuto lasciare tutto lì». In quella terra, in tanti non hanno lasciato solo i loro averi, gli amici e i parenti: ci hanno lasciato anche il cuore. Ci sono tornati e ci tornano ancora molto spesso, colpiti dalla nostalgia, oggi come 60 anni fa.

 


La vicenda di Jolanda Dobrilla è venuta alla luce nel corso delle ricerche di due studiosi, Enrico Carloni e Pietro Cappellari, che da diversi anni stanno ricostruendo la vicende del Reatino nel corso dell'ultima guerra e in particolare dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Il materiale costituirà un'opera in tre volumi - Storia della guerra civile sull'Appennino umbro-laziale (1943-1946) - edita dalla Fondazione Istituto Storico della Rsi (www.istitutostoricorsi.org), il cui primo volume, dedicato alla provincia di Rieti, uscirà il prossimo anno. Seguiranno un volume sulla provincia di Terni e uno sulla provincia di Perugia. La famiglia della ragazza scomparsa è stata rintracciata grazie alle ricerche compiute dalla Libera Provincia dell'Istria in Esilio, riconosciuta dallo Stato italiano nel 1954, dopo l'abbandono dei territori istriani, passati alla Jugoslavia

***

Era veramente carina. Carina e irrequieta, come lo sono molte adolescenti, già donne nel fisico e ancora bambine nell'anima. Quando Jolanda Dobrilla, nata a Capodistria il 20 agosto 1927, scomparve da casa, aveva sedici anni. Una fuga d'amore, si disse, perché si era incapricciata di un giovane ufficiale e lo aveva seguito verso il sud. O forse la sua era solo un'ultima ribellione verso la famiglia con la quale aveva frequenti contrasti: una modesta famiglia istriana, il padre, Mario, operaio, la madre Ines Pugliese,tutta casa e figli.

Non erano ferventi fascisti, si tenevano defilati, senza dissentire e senza applaudire più del necessario.
Poiché Jolanda era anche molto intelligente, si erano sacrificati per farla studiare al Liceo Combi di Capodistria. Ma lei aveva piantato tutto da un giorno all'altro. Oggi, a distanza di tanti anni, il momento della sua fuga da Capodistria sfuma nell'incertezza. Avvenne a febbraio o ai primi di settembre del 1943? Il particolare è importante perché se Jolanda fuggì ai primi di settembre,si trovò quasi subito nell'Italia tagliata in due dalle vicende seguite all'armistizio.

Dov'era Jolanda nei giorni successivi all'8 settembre 1943? Questo non lo sappiamo. Non lo sapevano neppure i famigliari che la cercavano affannosamente e che continuarono a cercarla, dopo la guerra, quando nel 1953 abbandonarono l'Istria ceduta alla Jugoslavia e si rifugiarono a Trieste. Sua madre non si rassegnò mai alla sparizione della figlia e morì con quella spina nel cuore. Ma forse fu meglio per lei non avere saputo più nulla.

Nel tardo autunno del 1943 troviamo Jolanda a Velletri, aggregata al comando della Wehrmacht in qualità di interprete. Al liceo di Capodistria, infatti, aveva studiato il tedesco. Il Reatino costituisce a quell'epoca una zona di retrofronte, dove sono presenti truppe tedesche e dell'esercito repubblicano (gli Alleati sono già sbarcati ad Anzio). Il comando germanico si trova a Rieti, dove risiedono anche le autorità fasciste perché la provincia di Rieti fa parte della Rsi.

Nel novembre un terribile bombardamento alleato colpisce Velletri,facendo molte vittime nel reparto cui la giovanissima interprete è aggregata.
Jolanda fugge da Rieti verso le campagne. Sola e senza mezzi, trova rifugio presso la famiglia di un falegname, sfollata da Terni, città martoriata in quegli stessi giorni dalle bombe. La famiglia Papucci è sistemata in una casetta d'affitto a Lùgnola, minuscola frazione del piccolo borgo di Configni sull'Appennino, in provincia di Rieti.

Una terra bellissima di monti, valli, castagni: sembra ai confini del mondo, ma non sfugge alla tragedia.Da sempre punto di transito delle truppe armate dirette al Nord, Configni vive il drammatico scontro fra le truppe italo-tedesche e le formazioni partigiane, qui particolarmente agguerrite.
Il Monte San Pancrazio, un susseguirsi di cime e di forre solitarie, è il rifugio della banda «Giovanni Manni», capeggiata da Egisto Bartolucci. La «Manni» a sua volta fa parte della brigata comunista «Gramsci», il cui territorio d'azione si estende lungo l'Appennino fino all'Umbria. La comanda Elbano Renzi ed è forte di circa 400 uomini.

Gli agguati continui dei partigiani, gli attacchi ai treni, lo stillicidio di morti (viene ucciso tra gli altri un capitano medico tedesco che gestiva un'infermeria aperta anche ai civili), fanno scattare un gigantesco
rastrellamento. Il 12 aprile 1944 parte l'operazione «Osterei» («Uovo di Pasqua»): vi partecipano circa mille uomini, un battaglione del 3° reggimento tedesco «Brandenburg», un battaglione delle SS, due reparti della 3° e 90° Panzergrenadierdivision e alcuni della Gnr.Non ci sono scontri con le formazioni partigiane che si sciolgono e si nascondono, ma un'immane caccia all'uomo che dal Reatino si spinge verso l'Umbria e si risolve in una macabra mattanza: 296 vittime, in maggioranza civili e spesso estranei alle azioni dei «ribelli».

La banda «Manni», che agisce più a sud, sul momento non viene toccata, ma dopo alcune azioni di disturbo, i tedeschi assaltano il Monte San Pancrazio, catturano una decina di uomini e li fucilano. Da Roma, la dirigenza del Pci,preoccupata dello sbandamento delle sue formazioni più agguerrite, invia nel Reatino un alto dirigente, Aladino Bibolotti, che si incontra con il nuovo comandante della «Gramsci», Alfredo Filipponi.

L'ordine è: morte alle spie fasciste, sono loro i colpevoli, devono pagare. E da quel giorno si scatena la caccia all'uomo. Dal 18 aprile il martoriato confine fra il Ternano e il Reatino si trasforma in un «triangolo della morte» che i testi sulla guerra civile per lo più ignorano. Isolati, respinti anche dalla popolazione, che addossa loro la responsabilità dei rastrellamenti, i partigiani si vendicano. Squadre della morte prelevano le persone e uccidono abbandonandosi ad atti di estrema ferocia. Configni, Vasciano di Stroncone, Morro Reatino, Miranda di Terni, Casteldilago, Monterivoso di Ferentillo: sono i luoghi dove regna il terrore.

Jolanda Dobrilla in quei giorni è dai Papucci dove ricambia l'ospitalità sbrigando le faccende domestiche. Ma ha il chiodo fisso di tornare a casa sua, e chiede passaggi ai reparti tedeschi che si spostano verso nord. Sarà questo, oltre al fatto che parla il tedesco, a segnare la sua condanna. La prelevano il 23 aprile 1944, il Papucci e un ragazzo di Configni con cui nel frattempo si è fidanzata, cercano invano di difenderla. Gli uomini della «Manni» trascinano Jolanda verso la località di Finocchieto di Stroncone, dove si perdono per sempre le sue tracce. Il capo del provincia di Rieti invia sul luogo il giovane milite della Gnr Primo De Luca, con il compito di rintracciare la ragazza. Saranno i pastori dei Prati di Sotto di Cottanello,una località deserta, segnata dai fumi delle carbonaie, a dare all'uomo la conferma: Jolanda Dobrilla, sedici anni e otto mesi, è stata fatta saltare in aria, le hanno tirato addosso una bomba a mano del tipo «Balilla». Poi hanno bruciato il corpo in una carbonaia.

De Luca riferisce tutto ai carabinieri di Configni ma non riesce a tornare al suo comando. Prelevato anche lui da due uomini della «Manni», viene portato verso Vasciano di Stroncone. Lì in località Le Ville, presso un fontanile, un vecchio contadino di Vasciano,Romeo Nazzareno Feriani, lo vede in mezzo ai partigiani e ingenuamente protesta: «Ma che cosa fate? Dai, lasciatelo andare, è un ragazzo». Una revolverata gli chiude per sempre la bocca. Poi tocca a De Luca, ucciso con una raffica di mitra alle spalle davanti al muro del cimitero di Vasciano.

Il 13 giugno 1944 gli Alleati sfondano il fronte italo-tedesco: la guerra per la gente del Reatino è finita, meglio dimenticare. Ma non dimentica il testardo maresciallo dei carabinieri di Configni, Angelo Fregoli,che nel giugno del 1947 indaga fra i pastori di Finocchieto di Stroncone e ricostruisce la fine di Jolanda Dobrilla, Primo De Luca e Romeo Nazzareno Feriani, su incarico del giudice istruttore del tribunale di Terni.

Gli ex partigiani della banda «Manni» Luigi Menichelli e Francesco Marasco sono ritenuti colpevoli dell'uccisione di Dobrilla, Egisto Bartolucci e Francesco Marasco sono invece gli assassini di De Luca e Feriani. Li inchiodano le testimonianze dei pastori del luogo che hanno anche ritrovato i resti carbonizzati del corpo della ragazza e visto i maiali affamati che ne rosicchiavano le ossa.Ma il 21 novembre 1950 la sezione istruttoria presso la Corte d'appello di Roma, presieduta da Alessandro Varallo, li assolve perché quelli che hanno compiuto sono da considerarsi «atti di guerra».

Solo pochi anni fa i fratelli superstiti di Jolanda hanno saputo la verità sulla fine della sorella. Nessuno, neppure i magistrati, si premurò di informare la famiglia durante l'istruttoria.

Il Giornale 29/11/06

Primavera 1945, poteva essere il 19 o il 20 marzo.

Arrivarono verso sera, erano in quattro, tre croati che non parlavano il dialetto istro-veneto e un oste di Scofia che si era unito ai partigiani e che faceva da interprete durante il rastrellamento.
A casa c'era Rosa, l'anziana madre che già aveva perso un figlio in guerra - arruolato a forza dagli ustascia benchè sordo, ucciso poi dai partigiani -, il marito, militare dell'esercito italiano, le due bambine di quattro e otto anni e i loro cuginetti orfani di guerra.

Bussarono alla porta mentre la famiglia stava per coricarsi. Il marito pensò subito che erano venuti a prenderlo, saltó giù da una finestra sul retro e scappò via. Ma erano lì per Rosa: "devi venire con noi in strada", le dissero con modi che non lasciavano spazio a domande e chiarimenti, e permisero alla madre e alle bambine di accompagnarla. Poi però, passata la ‚mandria' (una fattoria) fecero rientrare la bambina più piccola e la donna anziana perchè non avrebbero potuto camminare a lungo.

Per ore attraversarono in silenzio sentieri e patok, evitando le zone abitate e le strade; gli uomini le aiutavano spesso nei punti più difficili, ma continuavano a non dire una parola. Rosa non aveva idea di dove stesse andando, anche se sapeva che molti di quelli che venivano portati via non tornavano più. Arrivarono poi in un campo presso un canalone, dove c'erano molte persone, in parte sedute a terra. C'era una specie di baracca di contadini dove si tenevano gli interrogatori.

Dalla baracca uscì il ‚commissario', per caso il suo sguardo incrociò quello di Rosa: "Rosa cosa fai tu qui?" Il commissario è il marito di una sua cugina, Rosa lo conosce bene e ha confidenza con lui. "Non lo so perchè mi hanno portato via".

La fece passare per prima. Nella baracca c'era una specie di capo seduto dietro a un tavolo e un altro paio di persone; la accolsero con gentilezza perchè presentata dal ‚commissario'. Sul tavolo dei fogli, forse le denunce, le imputazioni. Il capo le rivolse una sola, secca domanda: "è vero che vai ogni giorno a Capodistria a dar notizie dei partigiani ai fascisti?" E Rosa ignara del momento rispose con semplicità: "No, vado a Capodistria perchò ho un amico sarto che mi da degli scampoli di stoffa, m'intaglia le braghette per i bambini".

Non fecero altre domande, l'intercessione del ‚commissario' bastava. Rosa era libera. "Se sarai una brava ‚drugarica', le disse, ‚quando sarà tutto finito ti faremo sapere.' Rosa non chiese nemmeno cos'è che le dovevano far sapere ed uscì dalla baracca. La bambina, cui le partigiane avevano dato intanto un po' di latte, era spaventata. Aveva sentito la vecchia Ucia, una compaesana, piangere. Forse aveva insultato qualcuno e le avevano sparato a una gamba.

Madre e figlia camminarono tutta la notte, scalze, orientandosi solo con la direzione da cui erano venute e passando a pochi metri dall'accampamento tedesco. Arrivano a casa che era mattina, la vecchia madre in piedi ad aspettarle. Non saranno in molti quella notte a fare ritorno e i corpi non saranno più ritrovati.
Dopo mezz'ora bussarono alla porta: erano i tedeschi per un rastrellamento di cibo e di persone.

Epilogo:
Anche la vecchia Ucia sopravvivrà a quella notte ma resterà zoppa.
Il giorno della fine della guerra i partigiani passarono dalla fattoria di Rosa a chiederle se voleva vendicarsi. Rosa disse di no. Nello stesso giorno l'intera famiglia di chi l'accusò falsamente venne sterminata.
Negli anni seguenti Rosa rivedrà ancora l'oste di Scofie. E ogni volta non mancherà di chiederle scusa per quello che era successo.

Nel 1948 Rosa arriva a Trieste. L'amore per la patria rimane in quel nome italianizzato che non ha più voluto cambiare.

Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B.

Giornata del Ricordo – 10 febbraio 2006 – Politeama Rossetti - Trieste


Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B.

Ieri l’altro, 8 febbraio, al Quirinale, nel corso di una cerimonia vibrante e commovente, il Presidente della Repubblica ha conferito a noi familiari delle vittime una decorazione alla loro memoria . “La Repubblica Italiana ricorda Domenico Muiesan/1945” è inciso sulla mia medaglia, piccola nella forma, grande nel significato. La Patria comincia a prendere coscienza di una realtà che per oltre sessant’anni è stata dimenticata, stravolta o silenziata. Manca ancora uno sforzo condiviso per stabilire le responsabilità di quel dramma dovuto certo alla ferocia dei titini jugoslavi, ma nel quale i comunisti italiani locali hanno svolto una parte non marginale.

Oggi, in occasione della “Giornata del Ricordo” ci viene chiesta una testimonianza per non dimenticare. Vivessi cent’anni non potrei mai liberarmi da quei ricordi dolorosi.

Sto ancora male al ricordo della notte del sequestro di mio padre, delle accuse tremende che gli gridano in faccia i gappisti piranesi, fazzoletto rosso e mitra spianato.

Sto male al ricordo del breve ritorno con mia madre a Pirano nell’inutile tentativo d’incontrarlo , dei manifesti infamanti affissi per le strade, delle parole del parroco Don Malusà: “No signora xe mejo che no la lo veda”, a sottolineare, lui che i prigionieri li può visitare, Dio sa quali conseguenze per i maltrattamenti subiti.

Sto male al pensiero del fabbro che forza la porta del nostro appartamento, a Pirano; degli uomini armati che profanano quelle amate stanze, quelle amate vecchie cose razziate e caricate su un carro già in attesa in contrada.

Sto male al ricordo delle lunghe notti insonni di Trieste nell’alloggio di via Guido Reni devastato dalle bombe nelle brande fradice dell’ECA, della pioggia che gocciola nei barattoli sistemati qua e là.

Sto male al pensiero di mamma che incurante del pericolo , testardamente percorre con altre la sterminata Jugoslavia nella speranza, nascosta nell’erba alta o fra le stoppie, di riconoscere tra i tanti volti emaciati e barbuti dei prigionieri dei campi, quello del suo caro.

44 furono i cittadini di Pirano e dintorni fatti scomparire dalla faccia della terra. La maggior parte fra il maggio e il giugno ’45. e questo quando a Pirano comandavano non i titini, come ancora oggi si vorrebbe fare credere, ma i comunisti del posto che alla fine delle ostilità s’erano insediati al Comune e s’imponevano sul C.L.N. E comunisti italiani erano i gappisti che non aveva riconsegnato le armi per continuare la loro rivoluzione, mandati di notte di casa in casa a sequestrare i “nemici del popolo”. Comunisti italiani quelli che dileggiavano i prigionieri in piazza, quelli che sorvegliavano le carceri, quelli che sovrintendevano agli interrogatori, finchè finirono nelle mani dei titini che ne fecero scempio.

Di mio padre, dunque, quasi tutto si sa sul sequestro, sulla prigionia, sulle sevizie, sui dileggi diurni e sugli interrogatori notturni, e sono anche noti i nomi degli aguzzini. Ma a quasi sessantun anni da quei dolorosi eventi, sul come e dove egli abbia immolato la sua vita, nonostante le tante ipotesi e congetture sollevate, ancora nulla si sa di preciso. Ed è d’altra parte inutile che in tanti si affannino a correre a Lubiana a spulciare negli archivi aperti da poco: tutti sanno che negli archivi si trova quello che si vuol far trovare.

Mio padre dunque resterà per sempre senza sepolcro. E senza un fiore.

Esiste una sola, unica e incontrovertibile certezza: se nei nostri paesi non ci fossero stati quei piccoli comunisti italiani assetati di potere e animati di odio ideologico e di spirito di vendetta, e non avessero messo in atto una caccia spietata ai loro nemici storici, indifferente se buoni o cattivi, oggi noi tutti piangeremmo un numero assai meno elevato di scomparsi.

Ed è questo che nella Giornata del Ricordo si deve dire a chi ancora non sa.

Tito, orrori anche in Slovenia

 

Luciano Garibaldi

Lo storico Guido Deconi ha ricostruito in volume le stragi compiute dai comunisti titini non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti, ma anche dai partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica

Sia in Slovenia che in Croazia», scriveva tempo addietro Robi Ronza su "II Giornale", «alla fine della guerra i comunisti titini fecero strage non solo dei connazionali filofascisti e filonazisti, ma innanzitutto dei partigiani non comunisti, temuti antesignani di una Jugoslavia democratica che Tito vedeva come il fumo negli occhi».

E aggiungeva: «Si calcola che nei dintorni di Lubiana circa ottomila di questi ultimi siano stati sterminati e sepolti in giganteschi cimiteri segreti. Tale è la consistenza di questi cimiteri che essi sono divenuti un problema inconfessato ma reale per i progettisti delle nuove autostrade slovene e croate. Ufficialmente non esistono, ma chi traccia le nuove autostrade deve stare bene attento a non andarci dentro».

Per concludere: «Finora in Slovenia e in Croazia questi orrori continuano a venire censurati. La ragione di tale censura è che nelle classi dirigenti adesso al potere sono troppo numerosi coloro che in gioventù parteciparono a questi massacri o sono figli di persone che li diressero, o appartengono a famiglie che si arricchirono con la razzia dei beni degli uccisi e degli espulsi».


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